REPORT AREZZO FONDAZIONE CAPONNETTO






RAPPORTO
SULLE PRESENZE DELLA
CRIMINALITÀ ORGANIZZATA 2014

REPORT AREZZO
2014

a cura di Renato Scalia

''Dove c'è criminalità, specie quella di tipo mafioso, non c'è sviluppo economico o sociale, e il lavoro, quello legale, può rappresentare una prevenzione contro questo tipo di fenomeni e al loro espandersi specie tra i giovani.''

P.L. Vigna, gennaio 2011, seminario Cgil Toscana






PREMESSA


È oramai noto come le mafie riescano a propagarsi e ad attecchire nei territori del centro e nord Italia, utilizzando la loro arma più potente, l’infiltrazione nel sistema delle relazioni sociali.
Non si limita, dunque, a esportare manovalanza criminale, ma fa leva su una collaudata capacità di intrecciare relazioni con imprenditori, politici, amministratori, apparati tecnici. Non deve al riguardo stupire se, negli ultimi anni, uno dei reati più contestati risulta la corruzione aggravata proprio delle categorie appena citate.
La corruzione è un patto illegale di corrispondenza tra due soggetti e, per la stipula di un simile accordo, occorre necessariamente che gli interlocutori si conoscano, si frequentino e si siedano a uno stesso tavolo.
In Toscana, per fortuna, non si sono ancora raggiunti i livelli di guardia di altre regioni del nord, come la Liguria, il Piemonte e la Lombardia, dove alcuni comuni sono stati addirittura commissariati per infiltrazioni mafiose. In questo ha giocato un ruolo rilevante il carattere dei toscani, più prudenti, diffidenti e introversi rispetto, ad esempio, agli emiliani e ai romagnoli, sicuramente più espansivi e accoglienti; ma ciò non deve indurre ad adagiarsi sugli allori, deve anzi e necessariamente suggerire di tenere ancora di più alta la soglia di attenzione. In Toscana la criminalità organizzata ha sempre cercato di agire in modo sommerso, trafficando in droga e soprattutto usando la regione come rifugio per il riciclaggio del denaro sporco, senza però puntare al controllo del territorio.











LA PRESENZA DELLA CRIMINALITÀ
NELLA PROVINCIA DI AREZZO















"Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene."

Paolo Borsellino


"Se si chiedesse alla gran parte dei toscani di esprimere un giudizio sulle presenze delle mafie in Toscana ben pochi immaginerebbero quanto emerso nel corso di questa indagine."
Quelle appena scritte, tra virgolette, sono le prime due righe della relazione finale del marzo 2014 della Prima Commissione - Affari Istituzionali, Programmazione e Bilancio - del Consiglio Regionele della Toscana, riguardante l'indagine conoscitiva su: "Analisi di fenomeni di criminalità organizzata in Toscana".
Questo report non è un romanzo noir, un hard boiled, ma è semplicemente la raccolta di operazioni di polizia e magistratura che, volente o nolente, hanno interessato la provincia di Arezzo.
Evitiamo, ora, di concentrarci su numeri e percentuali statistiche, sui reati predatori denunciati, o su concetti filosofici rispetto alla dissonanza tra l'insicurezza percepita e ciò che effettivamente avviene. E' evidente che tali sensazioni, frequentemente, sono alterate e condizionate da enfatizzazioni mediatiche.
Vogliamo volgere, invece, la nostra attenzione su un fenomeno, la mafia, di cui si parla poco. Anche a causa di questo motivo, nelle città del centro e del nord Italia, purtroppo, la presenza della criminalità organizzata non è percepita dai più.
Questo atteggiamento, la sottovalutazione del problema, determina danni a volte gravissimi. Si pensi, come già detto, ai Comuni del nord commissariati per mafia.
La presenza del crimine organizzato nei nostri territori non è un'ipotesi fantascientifica della Fondazione Caponnetto, ma è dimostrata dalle numerosissime indagini delle forze di polizia, dai provvedimenti di sequestro e arresto, nella maggior parte dei casi emessi dall'autorità giudiziaria delle regioni del Sud Italia.
Dobbiamo concentrarci, quindi, su un aspetto fondamentale, la consapevolezza.
Molti, non solo i cittadini ma anche amministratori locali e rappresentati delle istituzioni, considerano la mafia un fenomeno circoscritto nelle regioni di origine.
Riecheggia ancora quella frase "la mafia non esiste" che in molti proferivano, tanti anni fa, nelle città del sud e, ora, altri ripetono in territori diversi del nostro Paese.
La piena conoscenza di tale fenomeno è un fattore indubbiamente determinante per poter mettere in campo strumenti di contrasto efficaci. E' evidente, quindi, che con la consapevolezza si aumenta considerevolmente il livello di prevenzione.
Proprio per questo motivo, l'impegno da parte di tutte le componenti della nostra società è fondamentale. Bisogna agire in maniera compatta e solo in questo modo potremo tentare di debellare questo cancro.
Di conseguenza, occorre tener presente che anche la provincia di Arezzo non è immune da queste pervasive presenze. Anzi, come vedremo più avanti, nel capitolo dedicato ai rifiuti, Arezzo è stata al centro dei primi accordi sullo smaltimento illecito dei rifiuti tossici siano stati siglati dal clan dei casalesi e imprenditori. Dalle ultime rivelazioni dei pentiti e dalle carte desecretate possiamo affermare che, probabilmente, l'ecomafia è nata ad Arezzo. Più avanti approfondiremo l'argomento.
Ecco perché bisogna tenere sempre alta l’attenzione e monitorare permanentemente il territorio, soprattutto, nei settori degli appalti, del movimento terra, dei rifiuti, delle acquisizioni immobiliari e aziendali.
Qualche numero lo daremo anche noi, fornendo però anche nomi e cognomi.
Partiamo dall'audizione del 24 ottobre 2014, davanti la Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno della mafia. Il sostituto procuratore della Dda di Firenze, Tommaso Coletta, in quella circostanza dichiarava:
"In Toscana abbiamo avuto recentemente due sentenze emesse da autorità giudiziarie diverse - una aretina e una fiorentina - che nelle loro conclusioni sono arrivate però a formulare lo stesso quesito: c'è o non c'è nel nostro specifico processo il reato di associazione mafiosa, ovvero c'è un reato di associazione semplice? Nel dare risposta in tale ultimo senso, cioè nel derubricare il reato contestato da associazione mafiosa ad associazione semplice, entrambe le sentenze hanno motivato in maniera identica questo tipo di conclusione. Sia il giudice di Arezzo che quello di Firenze, in procedimenti distinti, hanno detto la stesso identica cosa: le indagini portate alla nostra cognizione evidenziano un gruppo associativo che aveva intenzione di diventare mafioso, di usare il metodo mafioso e costituire un'organizzazione che effettivamente creasse un'intimidazione ambientale a tutto campo (quindi omertà e via di seguito); tuttavia, l'intervento repressivo dello Stato è arrivato presto, con sufficiente tempismo, per cui non si è verificata l'evoluzione da associazione semplice ad associazione mafiosa. Ciò conferma il dato conoscitivo fornito dal procuratore e spiega perché arriviamo a sostenere che non ci sono oggi associazioni radicate in territorio toscano, ma semmai propaggini, provenienti da fuori, di altre mafie storiche; resta comunque il fatto che questi fenomeni potrebbero, un giorno non tanto lontano, interessare anche la nostra Regione. Quanto poi al motivo per cui, con l'intervento repressivo dello Stato, si è arrivati in questi casi a bloccare sul nascere un'associazione a delinquere di stampo mafioso e a farla ritenere quindi dal giudice associazione semplice, esso non è certo da ricondurre al fatto che siamo stati bravi, veloci o altro. Probabilmente, anzi sicuramente, bisogna tener conto del tessuto sociale connettivo della Toscana, che è diverso da quello di altre Regioni: c'è infatti una minore disponibilità della nostra popolazione a farsi intimidire e c'è una maggiore facilità a denunciare e a rivolgersi alle forze di polizia. Questa forse è la ragione per la quale non c'è quel passaggio di fase che c'è stato invece altrove, non si è creata cioè l'intimidazione ambientale. Probabilmente vi è anche una seconda ragione: la Toscana è una regione ricca, è una felix Toscana, dove le altre mafie vengono a godere dei profitti delle attività delinquenziali estorsive e usuraie che fanno nelle regioni di provenienza; quindi, come dicevano prima i colleghi, è terra di riciclaggio più che di auto saltate per area o di omicidi."

Il citato documento della Commissione riporta altre importanti dichiarazioni:
"..sul fatto che in Toscana non si registrano ancora accertamenti giudiziari sul reato di associazione di stampo mafioso, molto interessanti sono state le dichiarazioni del dott. Squillace Greco in relazione alla scarsa esistenza di pronunce giudiziarie sia sul reato di cui all’art. 416 bis c.p. che sui reati aggravati dall’art. 7 del decreto-legge n. 152 del 1991, sotto il profilo dell’agevolazione della cosca mafiosa. In proposito, il dott. Squillace ha evidenziato che, proprio a causa della capacità di mimetizzazione della mafia in Toscana, al pari che nelle altre aree del settentrione d’Italia, e dell’ormai acquisita consapevolezza che essa si manifesta nelle forme della delocalizzazione nelle quali il territorio diventa terra di conquista per investimenti economici, i cui proventi verranno poi, a loro volta, reimmessi nel circuito dell’illecito, è difficile, ontologicamente, enucleare in queste aree l’elemento caratterizzante la fattispecie criminosa, ossia la carica intimidatoria diffusa nel territorio. Tale considerazione induce ad una riflessione più approfondita in ordine all’idoneità della norma a reprimere le condotte attraverso cui la mafia si manifesta al Nord. In particolare il dott. Squillace afferma: «Ho cominciato a chiedere in giro – perché sono dati che non possediamo – quante siano le condanne ex articolo 416-bis passate in giudicato da Roma in su. Come diceva prima e meglio di me il Procuratore Quattrocchi, come si fa a trovare la mafia o la ’ndrangheta in Toscana? È difficile ontologicamente: non troveremo cioè mai in Toscana l’elemento caratterizzante la fattispecie criminosa, cioè quel potere e quella carica intimidatoria diffusa nel territorio che connota la fattispecie». E sempre nel solco di uno sforzo di comprensione circa l’inesistenza di accertamenti giudiziari aventi ad oggetto reati comuni commessi con finalità di agevolazione delle cosche mafiose, il dott. Squillace ha proposto una modifica della disposizione di cui all’art. 7 del decreto-legge n. 152 del 1991, nel senso che la circostanza in oggetto non sia sorretta dalla prova di un dolo specifico, contemplante la finalità dell’agevolazione mafiosa, dovendo ritenersi sufficiente il dolo generico, consistente nella consapevolezza di avvantaggiare la cosca mafiosa. In sostanza, il dott. Squillace ritiene che la mancanza di pronunce giudiziarie in Toscana in ordine a reati aggravati dalla finalità di agevolare una cosca mafiosa sia imputabile alla difficoltà di provare che determinati soggetti hanno agito al fine di creare un vantaggio per l’associazione, poiché in non rare ipotesi i soggetti operano agevolando, di fatto, l’associazione mafiosa e nella consapevolezza di farlo, ma non al fine precipuo di arrecare alla stessa un vantaggio, cioè agendo, il più delle volte, per un profitto proprio o per patire un pregiudizio."

Riteniamo fondamentale quanto affermato dal dott. Ettore Greco Squillace perché è evidente che la norma non è adeguata ai tempi e non tiene in considerazione il fatto che, in molte zone del Centro e del Nord del Paese, i gruppi criminali si sono radicati da moltissimi anni e hanno assunto, in alcuni casi, il controllo del territorio.

Di assoluto rilievo è anche ciò che viene sottolineato, nella Relazione annuale del 2014 della Direzione Nazionale Antimafia, relativa al periodo luglio 2012 – giugno 2013, nella parte che riguarda la Toscana:
Relazione del Consigliere Giusto Sciacchitano
"Nel periodo preso in esame dalla presente relazione, sono marginali i mutamenti nei caratteri di fondo delle manifestazioni di criminalità organizzata nella Regione Toscana, che – come accennato nelle precedenti relazioni - si presta a un diversificato interesse da parte di soggetti criminali plurimi, italiani e stranieri.
Le strutture delle c.d. mafie tradizionali stentano ad inserirsi con penetrazione nel territorio, ma approcciano il contesto socio-economico e tendono a strumentalizzarne le capacità a mirati fini di reimpiego dei capitali. In tale contesto i gruppi criminali sviluppano le loro iniziative in tutti i traffici (soprattutto traffico di droga e di esseri umani) propriamente e direttamente a sfondo economico –patrimoniale. Nel distretto si nota il proliferare di attività illecite di varia natura: dallo sfruttamento della prostituzione al riciclaggio del denaro provento di attività illecite, dalla vendita di droga alla usura e alla gestione di attività connesse ai giochi, dal traffico illegale di rifiuti alle scommesse clandestine...
...Pur operando nel traffico della stessa materia (es. droga) i vari gruppi non entrano in guerra tra di loro; ciascuno svolge la sua attività evitando quei contrasti eclatanti che necessariamente richiamerebbero maggiormente l’attenzione delle Forze di Polizia e dell’opinione pubblica. Peraltro la domanda è talmente ampia che l’offerta può avvenire in maniera piuttosto soft;
La particolare composizione dei gruppi criminali che operano nel Distretto (sia italiani che stranieri) è tale che spesso è difficile configurare la loro organizzazione sul paradigma del reato ex art. 416 bis c.p., e invero accade che anche quando da parte della DDA viene contestato questo delitto, il GIP, pur ritenendo provata la dinamica del fatto, non ritiene configurabile quella fattispecie giuridica, decidendo invece di applicare l’aggravante ex art. 7 L. 152/91;...
...La criminalità organizzata italiana è presente, senza grosse distinzioni territoriali, in tutta la regione. La Squadra Mobile di Firenze, in una apprezzata relazione, segnala alcune aree nelle quali le associazioni criminali sono presenti e ormai radicate da decenni: Versilia, Valdinievole, Valdarno e area pratese, mentre in altre l’insediamento è più recente, legato in particolare al boom edilizio degli anni ’80 e alla possibilità di reinvestire il denaro dell’associazione in attività ad alta redditività: Lucca e località costiere in generale."

Le presenze mafiose in provincia di Arezzo sono storiche.
Nel 1999, il ministro dell'Interno dell'epoca, Enzo Bianco, in occasione di una visita a Firenze, illustrava la situazione della Toscana in relazione alle presenze della criminalità organizzata. Nella circostanza, evidenziava i dati contenuti nella relazione al Parlamento, sottolineando che:
"La regione, con la sua economia ricca e dinamica e la sua collocazione geografica centrale, ha favorito l'immigrazione meridionale ed ha facilitato la mimetizzazione, nel tessuto sociale, di aggregati criminali italiani e stranieri. L'organizzazione prevalente è la camorra: dopo gli arresti di affiliati al clan La Torre di Mondragone (CE), si è registrata, nel '99, una notevole penetrazione nella provincia di Arezzo del clan Bove-De Paola, già aggregazione del più noto sodalizio Pagnozzi di Cervinara (AV), divenuto successivamente autonomo".

Il problema della penetrazione della mafia nel territorio aretino viene segnalato anche nelle relazioni della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia.

Anno 1999
"...Anche la potente ‘ndrina Piromalli di Gioia Tauro esercita la propria influenza attraverso appartenenti alle famiglie Priolo, operante nel Valdarno Aretino..."

Anno 2001
“…‘ndrangheta …ad Arezzo agiscono i Priolo e i Novella;… …Ad Arezzo risultano attivi elementi collegati ai clan camorristi dei Maisto, Fabbrocino e Tavoletta…”

E' interessante anche l'interpellanza parlamentare 2/02156 presentata dall'on. Mario Brunetti in data 11 gennaio 2000, della quale si riporta un estratto:
"I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri e il Ministro dell'interno, per sapere - premesso che: il questore della polizia di Stato di Arezzo, dottor Antonino Puglisi, ha denunciato, in una intervista rilasciata alla stampa, l'elevato e persistente rischio di infiltrazione mafiosa esistente nel comprensorio aretino in virtù della sua realtà economica ideale e appetibile per le organizzazioni mafiose che cercano di capitalizzare e riciclare denaro sporco, frutto di illecite attività come estorsione e traffico di droga; venerdì 26 novembre 1999 ad Arezzo è stata arginata e scongiurata una infiltrazione malavitosa che ha portato all'arresto di un elemento ritenuto di spicco della Camorra, Orazio De Paola, appartenente al clan Bove - De Paola; riguardo a questo il questore di Arezzo ha dichiarato che l'intenzione presumibile del clan era quella di creare un punto di riferimento stabile, magari di allargarsi e di ramificarsi nel territorio, ed in particolare sulla base dei sequestri fatti ad Arezzo egli sostiene che la presenza di questi soggetti era intimamente connessa ai progetti dell'organizzazione, che da un lato persegue attività criminose (Avellino e Benevento) e dall'altro cerca di riciclarne i proventi; diviene indispensabile, qualora delle autorità pubbliche, in questo caso la massima autorità di pubblica sicurezza del territorio aretino, denuncino dei reali rischi di infiltrazione mafiosa, dare dei segnali di un impegno concreto volto a fare chiarezza ed a rassicurare il cittadino che le Istituzioni si stanno impegnando sul fronte preventivo, per impedire la penetrazione di organizzazioni illecite;..."

Nel mese di maggio 2011, anche l'ex pm Raffaele Cantone, parlava di mafia ad Arezzo. In occasione di una sua visita nel comune toscano, affermava:
"Ci sono arrivati negli anni '80 e si sono trovati bene, provincia tranquilla, ideale per operare nell'ombra. Effetto del soggiorno obbligato? No, io direi piuttosto conseguenza dei lavori per la realizzazione della Direttissima Ferroviaria. E' stata l'occasione in cui decine di piccole ditte, spesso infiltrate dalla camorra, si sono insediate in quella fascia di terra che sta a cavallo di linea dell'alta velocità e autostrada. Soprattutto con le imprese per il movimento terra. Gaetano Cerci, uno degli uomini di fiducia di Francesco Bidognetti, uno dei capi del clan dei casalesi, fu fermato dalla polizia mentre usciva da Villa Wanda, presumibilmente dopo un incontro con Licio Gelli. Ne hanno parlato anche alcuni pentiti, secondo i quali Cerci era un punto di riferimento del traffico di rifiuti illeciti. Ma elementi a carico di Gelli non ne sono mai stati trovati. Io penso che da tramite fra i casalesi e certi ambienti possano aver fatto proprio i sospettati di camorra che si erano inseriti ai tempi della Direttissima."

L’insediamento di mafiosi è stato accertato anche dal poliziotto scrittore Gianni Palagonia. Il monitoraggio effettuato gli ha permesso di documentare il transito ad Arezzo di ben 64 persone con precedenti per associazione mafiosa.
A tal proposito, si tenga presente che 33 mafiosi erano stati inviati in soggiorno obbligato in provincia di Arezzo già nel periodo 1961-1973.
Nel mese di febbraio 2012, il senatore Giuseppe Lumia, ex componente della Commissione parlamentare antimafia, dichiarava:
“Arezzo è un ex isola felice con una presenza mafiosa economica notevole, dove sono presenti clan siciliani, calabresi e campani. Nella classifica redatta dai funzionari di polizia l’anno scorso risulta al terzo posto per riciclaggio di denaro sporco. Ecco perché bisogna tenere alta l’attenzione e monitorare il territorio nei settori degli appalti, del movimento terra, dell’usura, dei rifiuti e delle rapine. Il punto debole di tale territorio è che non si parla quasi mai di mafia nonostante i rapporti della DIA e della DNA ne descrivano l’inquinamento mafioso”.

Come sopra evidenziato dal senatore Lumia, in un territorio come quello di Arezzo, votato all’imprenditoria, il rischio più concreto per l’infiltrazione mafiosa, in questo momento di grave crisi economica, è proprio l’usura.
I clan hanno grandi disponibilità economiche e avere liquidità in tempi di crisi può essere un forte acceleratore dell’espansione mafiosa. I settori più a rischio sono quelli dell’edilizia, del movimento terra, delle acquisizione di ristoranti, bar e alberghi, dello smaltimento dei rifiuti e degli appalti.

In merito, va segnalata la presa di posizione Tiziano Ranieri, Presidente di CNA Costruzioni del gennaio 2014, che in relazione all'operazione Atlantide, nel corso della quale furono arrestate sei persone ritenute affiliate al clan dei casalesi (vedasi capitolo "Criminalità organizzata campana"), ha dichiarato:
“Non possiamo sottovalutare l’inchiesta che ha evidenziato infiltrazioni camorristiche nel nostro territorio e nel settore degli appalti. Occorre ovviamente equilibrio nelle analisi e attendere che la magistratura completi il suo lavoro. Penso, comunque, che l’applicazione del principio del massimo ribasso negli appalti pubblici deve essere rivisto. Non rappresenta una garanzia per i cittadini, danneggia le imprese migliori, crea gravissimi problemi come quello delle infiltrazioni criminali”.

E' evidente che il rischio è quello di accorgersi della trave nel proprio occhio, quando ormai è troppo tardi.
Questa è diventata la mafia nel tessuto economico aretino.
I numeri sono assai rilevanti. Oltre i 6 beni confiscati, di seguito potrete leggere la sintesi di oltre 120 operazioni di polizia o fatti gravi e i provvedimenti dell'autorità giudiziaria che sono stati eseguiti, in provincia di Arezzo, nei confronti di appartenenti a 34 gruppi criminali mafiosi (20 clan della camorra, 2 organizzazioni mafiose siciliane, 11 cosche della ‘ndrangheta, un clan pugliese).

Da tener presente che ad Arezzo, nel 1994, durante l’operazione Unigold, furono arrestati cinque aretini che riciclavano in oro i “narcodollari” dell’ex cassiere del boss Pablo Escobar, capo del Medellìn Cartel colombiano.

Sicuramente un cenno va fatto all’eccellente lavoro svolto dalla Polstrada di Arezzo. I malviventi che operano trasporti illeciti lungo l’Autostrada del Sole evitano di passare lungo il tratto di Arezzo (escono a Firenze Impruneta, percorrono la Firenze Siena e riprendono l’autostrada in Valdichiana) per scongiurare i numerosi ed efficaci controlli eseguiti dalla Polizia Stradale in quella zona.

Non possiamo trascurare, infine, il disdicevole episodio del dicembre 2012, quando il sindacato di Polizia COISP di Arezzo denunciò il rinvenimento di atti relativi ad indagini su appartenenti alla criminalità organizzata di stampo mafioso, in un cassonetto dei rifiuti. Sembra che dentro il cassonetto della spazzatura siano state trovate anche le foto di mafiosi. Da quanto si è appreso, i fascicoli contenevano le carte degli accertamenti sugli insediamenti mafiosi eseguiti dal citato Gianni Palagonia.

Dall'analisi dei fenomeni criminali che si sono sviluppati nella provincia di Arezzo, emergono alcuni aspetti di rilievo:
1. Le misure di prevenzione patrimoniale e le ordinanze di custodia cautelare, nella stragrande maggioranza dei casi, sono emessi dall'Autorità giudiziaria di città del sud;
2. In più di un'occasione è stata appurata la spartizione di affari illeciti e collaborazione tra mafie;
3. Analoghi comportamenti sono stati riscontrati tra clan autoctoni e criminalità organizzata straniera;
4. Da alcune indagini emerge un canale diretto di approvvigionamento di sostanze stupefacenti provenienti dalla Campania.
















BENI CONFISCATI

 Provincia di Arezzo

* Il totale va inteso al netto degli immobili non confiscati in via autonoma.

Comuni
In gestione
Destinati consegnati
Destinati non consegnati
Usciti dalla gestione
Non confiscati in via autonoma
Aziende in gestione
Aziende uscite dalla gestione
Totale*
AREZZO
0
0
0
0
0
0
1
1
TERRANUOVA BRACCIOLINI
0
4
0
0
0
1
0
5

Comune di Arezzo Aziende uscite dalla gestione
Nome
Forma giuridica
Ente destinatario
AR - Arezzo - Impresa individuale
Impresa individuale iscritta nel registro delle imprese


Comune di Terranuova Bracciolini (AR) mmobili destinati consegnati
Nome
Categoria
Sottocategoria
Ente destinatario
AR - Terranuova Bracciolini - Abitazione
Unità immobiliare per uso di abitazione e assimilabile
Abitazione indipendente
Carabinieri
AR - Terranuova Bracciolini - Capannone
Unità immobiliare a destinazione commerciale e industriale
Altro
Comuni
AR - Terranuova Bracciolini - Locale
Unità immobiliare per uso di abitazione e assimilabile
Box, garage, autorimessa, posto auto
Carabinieri
AR - Terranuova Bracciolini - Locale
Unità immobiliare per uso di abitazione e assimilabile
Box, garage, autorimessa, posto auto
Carabinieri

Nome
Forma giuridica
Ente destinatario
AR - Terranuova Bracciolini - Beni senza personalità giuridica
Altro

CRIMINALITÀ ORGANIZZATA CALABRESE

Nel febbraio del 1974 arrivò al presidente della Commissione antimafia Luigi Carraro una lettera del ministro dell’Interno che conteneva un elenco di persone indiziate di appartenenza alla mafia, sottoposte alle misure di prevenzione del soggiorno obbligato e inviate tutte, tranne qualche caso sporadico, nelle regioni del centro-nord. Tra queste risultava anche Cambareri Rocco, di Reggio Calabria, della 'ndrina Facchineri, trasferito a Montevarchi (AR).
Le presenze della 'ndrangheta in provincia di Arezzo sono segnalate anche nella ricerca del 1995 sulla "'Ndrangheta: dalla tradizione mafiosa alla nuova evoluzione criminale", realizzata dall'Osservatorio permanente sui fenomeni criminali costituito dall'Eurispes in collaborazione con il Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri, nella quale si legge:
"...Nel 1992 a Monterchi, in provincia di Arezzo si era stabilito quello che rimaneva della famiglia Facchineri...".

Nel 1986, il dott. Giovanni Cecere Palazzo, dirigente del Centro interprovinciale Criminalpol di Firenze coordinamento delle operazioni di Polizia criminale per la Toscana, poi divenuto Questore di Arezzo, aveva individuato alcune aree della Toscana che mostravano una particolare densità criminale, tra queste:
"il Valdarno fiorentino che, assieme a quello aretino, comprende centri quali Figline Valdarno, San Giovanni Valdarno, Cavriglia, ecc. ove la presenza di pregiudicati provenienti dalla Campania e dalla Calabria è notevole;"

Sempre la medesima fonte, per quanto concerne la provincia di Arezzo, scriveva:
“Non sembrano esservi strutture paragonabili ad associazioni criminali di stampo mafioso o similari”. Veniva notata, però, “la presenza nel Valdarno aretino di alcune famiglie appartenenti, o comunque collegate, alla ‘ndrangheta calabrese. Trattasi della famiglia Priolo i cui membri, collegati con il clan Piromalli, insediati nei comuni di Cavriglia, Pian di Scò, Terranuova Bracciolini, (nella zona svolgerebbero attività nel campo dell’edilizia); della famiglia Facchineri, la cui presenza sembra però venuta meno già da qualche tempo in zona, salvo interessi da definire relativi ad alcune proprietà”.

Nella relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia del 2001 veniva confermata la presenza nel capoluogo toscano delle 'ndrine Priolo e Novella (costola dei Gallace).
Vediamo, ora, gli episodi salienti.

1. Marzo 1993, arrestato l’esponente di spicco della ‘ndrangheta Domenico Facchineri, appartenente all’omonima cosca di Cittanova (RC), famosa per la faida che andò avanti per anni e che opponeva la ‘ndrina dei Facchineri a quelle dei Raso, degli Albanese, dei Gullace. Facchineri era ricercato dal 1991 dopo una condanna a 16 anni di carcere per estorsione e, all’epoca, aveva già precedenti per associazione di stampo mafioso, omicidio e sequestro di persona. Le Forze dell’Ordine trovarono il boss in un casolare di Caprese Michelangelo, nei pressi di Montevarchi, in provincia di Arezzo, mentre era in compagnia del fratello, che era in libertà vigilata, e della fidanzata.

2. Anno 2003, arrestato ad Arezzo prestanome, divenuto latitante, della 'ndrina Piromalli.

3. Ottobre 2003, operazione Dinasty, sequestro precautelare del valore di 12 milioni di euro del Tribunale di Vibo Valentia nei confronti della 'ndrina Mancuso di Limbadi (VV). Le attività d'indagine hanno permesso di bloccare un meccanismo economico che si muoveva in diverse direzioni. In settori apparentemente leciti nei quali confluivano i proventi dell’attività criminale dei Mancuso e dei loro affiliati, individuati anche in altre regioni, tra queste anche la Toscana. A permettere l’inserimento del denaro “sporco” nel mercato economico anche presunti prestanome. Il provvedimento ha colpito beni appartenenti a tre dei capi storici (tutti detenuti) della cosca: Cosmo Mancuso, di 55 anni ed i nipoti Giuseppe “Peppe” e Diego Mancuso, rispettivamente di 54 e 51 anni. A questi si aggiunge Domenico, figlio di Peppe, organico all’articolazione del padre e del quale curava gli interessi nei periodi in cui anche lo zio Diego si trovava in carcere. Tra i beni sequestrati anche un’agenzia immobiliare di Arezzo di proprietà di Domenico Mancuso.

4. Aprile del 2006, duplice omicidio in odore di ‘ndrangheta a Terranuova Bracciolini, in provincia di Arezzo. Le vittime erano due fratelli calabresi, originari di Cerva (CZ) Ettore e Angelo Talarico, 34 e 45 anni, operai edili di San Giovanni Valdarno, dove erano arrivati circa un anno prima. I due, che sono stati uccisi con un colpo di pistola alla nuca, sarebbero stati affiliati alla 'ndrina Carpino, alleata degli Arena e contrapposta a quella dei Bubbo.

5. Luglio 2010, operazione Paredra, i Carabinieri del Ros hanno arrestato quattordici persone per associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, usura, furto, detenzione di armi da fuoco, favoreggiamento personale e trasferimento fraudolento di valori con l'aggravante mafiosa. I provvedimenti dell'autorità giudiziaria sono stati eseguiti nelle province di Roma, Catanzaro, Arezzo e Torino. I militari hanno effettuato anche alcune perquisizioni presso abitazioni (recuperando denaro contante e munizioni) e un provvedimento di sequestro preventivo nei confronti di tre società riconducibili agli indagati, dislocate a Guardavalle (CZ), Terranuova Bracciolini (AR) e Cumiana (TO), per un valore di oltre un milione di euro, che operano nel settore edilizio e del movimento terra. L'indagine è il seguito di un'operazione del 2004, chiamata Appia, conclusasi con l'arresto di 33 persone nei confronti di altrettanti esponenti dell'articolazione laziale della 'ndrina Gallace di Guardavalle (CZ), tutti coinvolti in attività di droga, armi e riciclaggio. I più recenti accertamenti hanno confermato che la cosca Gallace agisce da tempo nel territorio laziale (Anzio e Nettuno, grazie al supporto della famiglia Andreacchio originaria di Guardavalle) e che fa i soldi con la droga, le armi e prestiti a commercianti applicando tassi di usura anche del 20%.

6. Marzo 2011, operazione Scacco matto, con la collaborazione della Squadra Mobile di Arezzo, sono state arrestate 35 persone e sequestrati 30 milioni di euro di beni. L’inchiesta della DDA di Reggio Calabria ha permesso di smantellare di un’organizzazione criminale della ‘ndrangheta, cosca Longo di Polistena (RC), che operava anche a Salerno, Latina, Roma, Arezzo (sono state eseguite delle perquisizioni) e Padova. L’inchiesta ha certificato che la famiglia della ‘ndrangheta era passata dalla tradizionale mafia rurale dedita all’imposizione delle guardianie, al settore delle estorsioni e dell’usura, all’inserimento nel tessuto economico-imprenditoriale, in particolare nell’edilizia con il movimento terra, la lavorazione di inerti e la gestione di imprese edili, in particolare con l'acquisizione in modo diretto e indiretto di appalti pubblici e attività economiche, concessioni di autorizzazioni e servizi pubblici, intestazione fittizia di beni.

7. Dicembre 2011, operazione Rubamazzo, i militari del Nucleo di Polizia Tributaria di Arezzo e del GICO del Nucleo di Polizia Tributaria di Firenze hanno smantellato un’organizzazione criminale a carattere transnazionale e con ramificazioni su tutto il territorio nazionale, dedita alla produzione e al commercio di ingentissimi quantitativi di capi di abbigliamento e accessori con griffe contraffatte. Sei persone arrestate, tra cui due della provincia di Vibo Valentia affiliate alle cosche della ‘ndrangheta calabrese, gli Anello Fiumara di Francavilla Angitola (VV) e i Mancuso di Limbadi (VV), e altri 4 componenti del sodalizio, residenti invece in Campania. Le indagini hanno confermato come negli ultimi tempi il fenomeno della contraffazione sia ormai divenuto fonte di investimento privilegiato anche per la criminalità organizzata. Per gestire i rapporti commerciali e risolvere eventuali difficoltà, gli affiliati della ‘ndrangheta finiti in manette si servivano della forza intimidatrice derivante dal loro vincolo di appartenenza alla “casa madre”, facendo ricorso in molti casi a minacce e violenze. Sempre grazie al loro spessore criminale i due sono stati in grado di tessere accordi con altri gruppi, legati alla criminalità organizzata campana, specializzati nella produzione di capi d’abbigliamento e calzature contraffatte, finalizzati al baratto della merce di rispettiva produzione. Le indagini, durate oltre un anno, hanno permesso alle Fiamme gialle di ricostruire l’intera filiera del falso, partendo da diversi sequestri di carichi di merce contraffatta operati lungo le principali arterie di comunicazione della provincia di Arezzo. L’organizzazione era capace di produrre in Turchia enormi quantitativi di capi d’abbigliamento e calzature contraffatte, assai elastica, priva di stabili basi e depositi, che faceva viaggiare le merci in tempi rapidissimi e limitatamente ai quantitativi ordinati dalla clientela. In tal senso risultava determinante la copertura documentale fornita da società di comodo costituite ad hoc per importare i capi contraffatti, attraverso varie rotte, sia in Italia che in altri Paesi europei, come Spagna, Austria, Regno Unito, Olanda e Germania. Gli appartenenti al sodalizio si incontravano prevalentemente in alcuni locali dell’aretino. Oltre 50 i commercianti indagati e sequestrate decine di conti correnti e oltre 30mila capi d’abbigliamento contraffatti.

8. Dicembre 2011, beni per un valore di un milione di euro sono stati confiscati da personale del Commissariato della Polizia di Stato di Siderno. I beni sono riconducibili, per l’accusa, a Vittorio Barranca ritenuto, dagli investigatori, elemento di spicco delle cosche della ‘ndrangheta di Caulonia, e vicino alla cosca Commisso di Siderno (RC), al quale è stato notificato un provvedimento di sorveglianza speciale per tre anni. Tra i beni confiscati figura anche una società con sede ad Anghiari (AR), di cui è socio lo stesso detenuto, che gestisce un albergo con centro congressi, bar, ristorante e pizzeria nella località toscana. Il provvedimento scaturisce dall’operazione Crimine del luglio 2010 della DDA di Reggio Calabria, condotta tra Calabria e Lombardia con l’arresto di oltre 300 persone e un sequestro di beni valutati, complessivamente, oltre 200 milioni di euro. L’uomo è ritenuto elemento di vertice del “locale” di Caulonia.


9. Marzo 2012, Gianluigi Sarcone è stato denunciato dalla Guardia di Finanza di Sansepolcro (AR) per i reati di estorsione, usura e appropriazione indebita. L'uomo, secondo gli investigatori, si sarebbe fatto dare, come corrispettivo di una dilazione di un debito originario, interessi e altri vantaggi a tassi usurari. Sarcone avrebbe anche preteso dalle vittime, minacciandole, il passaggio di proprietà di un terreno edificabile, costringendole a venderlo alla metà del valore commerciale. Il 24 settembre scorso, la Dia di Firenze, durante un'operazione contro la 'ndrangheta in Emilia, ha sequestrato 5 milioni di euro a Gianluigi Sarcone e ai suoi fratelli, ritenuti dagli investigatori, affiliati alla cosca Grande Aracri.

10. Novembre 2012, i Carabinieri di Cavriglia (AR) hanno arrestato il latitante Vincenzo Galimi, 61 anni, ricercato dal 2010 per associazione mafiosa, perché considerato, dalla Dda di Reggio Calabria, un imprenditore di riferimento della ‘ndrina Gallico di Palmi (RC). I militari lo hanno trovato nascosto fra l’armadio e il muro, nella camera di una casa sorvegliata con un impianto video a infrarossi. I carabinieri sono arrivati fin là seguendo le tracce di un suo parente, trovato poco prima a spacciare, Nell’abitazione, i militari hanno trovato 30 mila euro in contanti e dieci scatole di cartucce da pistola ed una patente falsa. Oltre al latitante, per favoreggiamento sono state arrestate altre due persone.













CRIMINALITÀ ORGANIZZATA CAMPANA

Come abbiamo già visto nella relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia del 2001 si segnalava la presenza "attiva" di elementi collegati ai clan camorristi dei Maisto, Fabbrocino e Tavoletta.

Per quanto riguarda i casalesi, nella Relazione della commissione antimafia conclusiva di minoranza della XIV legislatura, Doc. XIII n. 16-bis, 20 gennaio 2006, p. 347, relatore onorevole Giuseppe Lumia, si legge:
“I rapporti tra Gelli e la camorra casertana erano già emersi negli anni passati. Se ne parla, per esempio, nell'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano che nel 1999 portò all’arresto di Pasquale Centore, ex sindaco di San Nicola la Strada, per traffico internazionale di droga. Gli altri casertani coindagati sono stati condannati. Il braccio destro di Centore, il 19 gennaio 1991 era stato controllato assieme alla moglie nei pressi di Villa Wanda, ad Arezzo. Nuovo controllo l'anno successivo, il 29 settembre del 1992. Nel 1997, invece, ai cancelli della residenza aretina di Gelli era stato identificato Antonio Belforte, cugino di Domenico e Salvatore Belforte, capi della camorra di Marcianise. Nel 1992 un altro camorrista casertano, Gaetano Cerci, nipote di Francesco Bidognetti, - uno dei capi del clan dei Casalesi -, era stato notato più volte all’ingresso della casa di Licio Gelli”.

Nella Relazione annuale sulle attività svolte dal Procuratore nazionale antimafia e dalla Direzione nazionale antimafia, del 2011, si legge:
"La camorra, e in generale i casalesi, si sono istallati da tempo in Toscana. La DDA di Firenze ha svolto ampie indagini, in rapporto di coordinamento con la DDA di Napoli, e basate oltreché su attività investigativa tecnica (intercettazioni telefoniche, ambientali ed accertamenti bancari) anche su contributi di nuovi collaboratori di giustizia, aventi ad oggetto sempre l’ipotesi principale del riciclaggio di denaro di camorra in varie parti della Toscana (Grosseto, Arezzo, Montecatini, Pisa, Firenze). L’obiettivo della DDA è quello di ottenere principalmente consistenti misure cautelari reali nel breve periodo. Appare interessante la verifica certa che i più potenti clan camorristici (dal punto di vista della loro forza finanziaria) quali i clan Birra, Mallardo, Setola e gruppi casalesi collegati, Contini e Mazzarella, ed il clan Misso, abbiano individuato alcuni settori d’investimento particolarmente redditizi (edilizia, ristoranti – alberghi e bar, scommesse clandestine, settore tessile ed usura) con finanziamenti continuativi e cospicui ad imprenditori toscani in parte vittime ed in parte complici ed in parte aventi tutte e due le qualità, in varie parti ben delimitate del territorio toscano. Sono in pieno svolgimento, in fase dibattimentale, processi per fatti di camorra presso il Tribunale di Arezzo (clan Di Biasi) con emersione di autonome fattispecie di reato ex art. 416 bis c.p. riproduttive delle caratteristiche tipiche dell’associazione camorristica.
L’infiltrazione della camorra in Toscana è emersa ancora da altri fatti, a dimostrazione che il territorio è spesso punto di arrivo per indagini iniziate altrove."

Nella relazione finale del marzo 2014 della Prima Commissione - Affari Istituzionali, Programmazione e Bilancio - del Consiglio Regionele della Toscana, riguardante l'indagine conoscitiva su: "Analisi di fenomeni di criminalità organizzata in Toscana", si legge la seguente dichiarazione del dott. Pietro Suchan, ex pm della Dda di Firenze, rappresentante italiano di EuroJust:

"Per quanto riguarda Arezzo, a Arezzo i Casalesi controllano... è importante l’accenno alla normativa nuova che è stata approvata ora, con il decreto anticorruzione, sulla white list in tema di appalti. I Casalesi – anche di questo non ve ne ho parlato – sono forti nella zona di Altopascio e nella zona di Arezzo e di San Giovanni Valdarno, perché? Perché sono riusciti ad acquisire un parziale controllo dell’attività edilizia: ecco perché vanno lì..."

Gli episodi salienti:
1. Nel 1999, arrestati ad Arezzo due presunti appartenenti al clan camorristico Bove-De Paola, sottocosca del clan Pagnozzi originario di San Giovanni a Teduccio (NA), ma insediato a San Martino Valle Caudina, al confine tra le province di Benevento e di Avellino.

2. Marzo 2006, arrestato ad Arezzo, dove da poco aveva preso la residenza, Pasquale Esposito, esponente della camorra.

3. Giugno 2007, la Squadra Mobile di Firenze, coadiuvata dal commissariato di Montevarchi e dalla Questura di Arezzo, ha arrestato undici persone tra cui diversi affiliati al clan Iaiunese originario di Casal di Principe in provincia di Caserta. L'operazione è stata coordinata dalla Dda di Firenze. I membri della famiglia Iaiunese sono stati accusati di gestire, con metodi tipici della camorra, il business dei buttafuori nei locali del Valdarno. L’inchiesta è partita il 21 gennaio 2006, dalla denuncia dei titolari del ‘Barcelona’ disco-bar per episodi di violenza avvenuti all’interno del locale la sera prima. Una breve indagine preliminare consente di ipotizzare l’esistenza di un vero e proprio racket che obbliga i gestori a pagare il ‘pizzo’ per assicurare i locali da possibili disordini e danneggiamenti.

4. Luglio 2008, i Carabinieri del Comando Provinciale di Caserta hanno eseguito 32 arresti tra Caserta, Roma, Modena, Arezzo e Firenze. Sono stati colpiti dal provvedimento elementi di spicco del clan dei casalesi – gruppi Bidognetti e Tavoletta–Cantiello, operanti nell’agro aversano e, in specie, nei comuni di Casal di Principe, Villa Literno e Parete. Tutti gravemente indiziati, a vario titolo, dei reati di associazione di stampo mafioso, omicidio, tentato omicidio, porto e detenzione illegale di armi, traffico di sostanze stupefacenti, ricettazione e illecita concorrenza. Le indagini, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli – Raffaele Cantone Catello Maresca e Annamaria Lucchetta - hanno avuto avvio alla fine dell’estate 2003, con la cosiddetta strage di “San Michele” relativa al duplice omicidio Natale – Rovescio ed il contestuale ferimento di altre tre persone, causata dal gruppo di fuoco costituito in seno alla fazione Tavoletta-Cantiello. Tale efferato delitto coincise con la recrudescenza della guerra di camorra, in atto dal 1997 e scatenatasi nell’ambito del clan dei “casalesi”, gruppo Bidognetti, dal quale si scissero i Tavoletta-Cantiello, supportati dagli Zara e dai Diana, che si ritenevano penalizzati nella spartizione dei proventi illeciti. Nell'ambito dell'operazione è stato arrestato, a Montevarchi, in provincia di Arezzo il boss della camorra Francesco Galloppo. Quest'ultimo, uomo fidato di Bidognetti, emigrato in Valdarno per sfuggire a una faida che lo aveva già visto uscire miracolosamente vivo dalla citata strage di san Michele negli anni '90.


5. Aprile 2008, operazione Sim’e Napule in cui la TIM è stata oggetto di truffa da parte della camorra, clan Contini operante sul territorio a Napoli, nella zona della Stazione Centrale, attraverso l’utilizzo dei numeri 899 e di sim caricate abusivamente. Le città toscane toccate da tale inchiesta sono state Firenze, Arezzo e Grosseto.

6. Luglio 2008, la Squadra Mobile e la Divisione anticrimine della Questura di Napoli, insieme al commissariato di Giugliano-Villaricca, hanno dato esecuzione a un provvedimento di sequestro dei beni emesso dal tribunale di Napoli per un valore complessivo di 500 milioni di euro. I beni sequestrati sono 90 terreni e 151 tra ville, appartamenti e garage sparsi in 12 Comuni, non solo dell'entroterra a Nord di Napoli e del casertano, ma anche a Roma, Marciano della Chiana (AR), Numana e Sirolo (Ancona) Recanati (Macerata), e altri centri di Toscana e Marche, quote di 20 società, in prevalenza immobiliari, sei auto ed un'imbarcazione. Le persone che avevano nella disponibilità questi beni sono implicate in un'inchiesta che ha svelato un sistema di collusione nel comune di Giugliano, a Nord di Napoli, tra imprenditori edili, vigili urbani e tecnici dell'amministrazione municipale per commettere abusi edilizi, rallentare iter per il sequestro di cantieri abusivi e per ottenere provvedimenti amministrativi illegittimi o non concedibili. Il tutto sarebbe avvenuto sotto il controllo del clan Mallardo, attivo nel giuglianese. Nel corso dell'operazione sono state arrestate 39 persone. Il denaro - hanno accertato le indagini - confluiva in quello che i componenti della banda chiamavano ''il calderone'', ed in parte finiva nelle tasche dei diretti interessati. Il motore ed il collante dell'organizzazione erano i costruttori edili che avevano realizzato il network comprendente la polizia municipale e l'ufficio tecnico comunale. Una volta realizzati e legalizzati amministrativamente i beni venivano collocati sul mercato dalle immobiliari legate all' organizzazione.

7. Luglio 2008, operazione Bella Napoli, con la quale i Carabinieri sequestrano nel Valdarno mezza tonnellata di stupefacenti riconducibili al clan camorristico Moccia.

8. Settembre 2008 la Provincia di Arezzo annulla l’aggiudicazione della variante alla RS 69, assegnata in prima istanza a una società risultata protagonista e vittima di fenomeni legati alla mafia. Secondo un’indagine della DDA di Napoli, i casalesi avrebbero estorto a questa impresa, fra il 1999 e il 2003, un milione e mezzo di euro.

9. Dicembre 2009, arrestato dai Carabinieri in un albergo di San Giovanni Valdarno (AR), il latitante Paolo Orlanducci, cognato di Antonio Giugliano, detto ‘O Savariello, capo dell'omonimo clan di Poggomarino (NA), "federato" alla cosca Fabbrocino, operante nella zona vesuviana di Nola (NA). Orlanducci era sfuggito alla cattura durante un’operazione della DIA del 27 aprile scorso. L’uomo è anche ritenuto tra gli elementi più pericolosi della compagine camorristica Giuliano ed è ritenuto responsabile della gestione affaristica del clan nel settore degli appalti e delle estorsioni.

10. Giugno 2010, operazione Golden Travel, sono stati arrestati, a Napoli, Como e San Gimignano (SI), su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, 3 pluripregiudicati; un 36enne, disoccupato, di origine napoletana, residente ad Arezzo, un 44enne, disoccupato di Napoli ed un 28nne, disoccupato di Napoli. Altre 4 persone sono state indagate in stato di libertà. Il provvedimento è stato emesso per delitti con l’aggravante del metodo mafioso. L’attività ha riguardato rapine avvenute ad Arezzo e in Umbria, ad opera di componenti del clan camorristico Di Biasi dei Quartieri Spagnoli di Napoli, alcuni dei quali abitanti ad Arezzo e in Umbria, che utilizzavano uniformi da carabiniere.

11. Novembre 2010, la Polizia Stradale di Orvieto ha eseguito 26 ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di appartenenti ad un'associazione per delinquere finalizzata alla commissione di furti ai danni di autotrasportatori. Le indagini del personale della Sottosezione polizia Stradale di Orvieto, con l'aiuto della Squadra della Sezione di Terni e del Compartimento di Perugia, ha proceduto agli arresti nelle province di Napoli, Caserta e Arezzo. La complessa attività investigativa, avviata nel giugno 2007 in seguito ad alcuni furti perpetrati nelle aree di servizio dislocate lungo l'Autostrada A/1 tra le tratte Chiusi - Magliano Sabina, ha consentito di individuare un'organizzazione criminale di origine partenopea responsabile di numerosi furti di merce perpetrati con la tecnica del "taglio telone" ai danni di veicoli commerciali fermi per sosta notturna lungo la rete autostradale. Il gruppo è composto per la maggior parte da pregiudicati, tutti napoletani e considerati dagli investigatori, anche affiliati alla camorra, ma i furti sarebbero stati eseguiti materialmente da incensurati per non destare i sospetti della polizia nel caso di controlli. Durante l'operazione sono stati sequestrati circa 25.000 euro.

12. Novembre 2010, operazione Terna, i Carabinieri di San Giovanni Valdarno hanno smantellato un’associazione per delinquere transnazionale dedita al traffico illecito di macchine operatrici. Sono state arrestate 18 persone. Il sodalizio era composto da albanesi e salernitani. L'ordinanza di custodia cautelare specifica che i reati sono stati commessi con l’aggravante di aver agevolato e rafforzato affiliati ai clan camorristici Serino di Sarno (SA) e Graziano di Quindici (AV). Il giro di affari è stato valutato per oltre 4 milioni di euro.
13. Dicembre 2010, operazione White Snake, la Squadra Mobile di Caserta ha arrestato 26 persone per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti (cocaina, hashisc e droga di sintesi chimica). L'operazione, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Napoli, e, con l'intervento dei Reparti prevenzione crimine e dei bersaglieri della Brigata "Garibaldi", ha permesso di fermare un gruppo criminale emergente comandato da tre fratelli. Era soprattutto a Caserta e provincia che l'organizzazione piazzava la droga attraverso una fitta rete di "pusher" e di "vedette" . La rete criminale consentiva un guadagno mensile netto di 15 mila euro, con la capacità finanziaria di investire costantemente decine di migliaia di euro nell'acquisto di nuove partite di droga e di disporre di finanziatori in grado di fornire un capitale di 100 mila euro per l'acquisto di nuove partite di cocaina. Le indagini, condotte attraverso servizi di intercettazione telefonica ed ambientale ed attività di osservazione e pedinamento, hanno permesso di stabilire sia come veniva smistata la droga sia per focalizzare la pericolosità del gruppo, dotato di un arsenale costituito da pistole, fucili, mitra e numerose munizioni. Del gruppo criminale, infatti, facevano parte elementi vicini al clan Mazzarella di Napoli, che a causa degli affari con la droga, erano entrati in concorrenza con il clan Belforte-Mazzacane di Marcianise, con il quale probabilmente, presto, ci sarebbe stato un regolamento di conti. A questo, infatti, servivano le armi sequestrate, che venivano modificate e potenziate in un laboratorio nell'abitazione di uno degli arrestati. Un arresto è stato eseguito ad Arezzo.
14. Ottobre 2011, arrivava a Città di Castello da Scampia, il quartiere napoletano lo stupefacente che una vera e propria organizzazione criminale di 23 persone in tutto (15 delle quali arrestate), spacciava nel capoluogo altotiberino. A capo della rete di spaccio un napoletano residente nella stessa città umbra. Se la scorta di hascisc e cocaina proveniente da Scampia non bastava a soddisfare la domanda, l'uomo se ne approvvigionava anche ad Arezzo e Perugia. Oltre ai 15 arresti per associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti e concorso in spaccio. L'operazione ha portato anche al sequestro di due autovetture, di centinaia di dosi di cocaina e hascisc e di bilancini di precisione.

15. Gennaio 2011, operazione Feudo, il boss Sabatino Granata, ritenuto un elemento di primo piano del clan camorristico dei Mallardo, operante sul territorio del comune di Giugliano in Campania a nord della città di Napoli, con propaggini in altre regioni, come Lazio e Toscana, è stato arrestato dal GICO della Guardia di Finanza con le accuse di associazione camorristica e reimpiego di capitali di provenienza illecita. L’indagine ha consentito di accertare che il clan Mallardo ha ormai esteso la propria sfera di influenza e di controllo molto al di là di quella zona, sia mediante accordi e alleanze con altri clan (tra cui quello dei casalesi, fazione di Francesco Bidognetti), sia attraverso società o soggetti economici formalmente autonomi, ma comunque costituenti espressione economica del clan, che risultano attivi anche in altre regioni d’Italia, divenendo in assoluto uno dei gruppi camorristici di maggiore potenza economica e imprenditoriale. Il gip ha anche disposto il sequestro preventivo di una ditta individuale, quote di partecipazione di 14 società, 127 unità immobiliari costituiti da fabbricati e terreni, 38 mezzi di trasporto e 192 rapporti finanziari, tra bancari e postali, costituiti in prevalenza da conti correnti e conti di deposito a risparmio libero o vincolato. Il valore complessivo dei beni sequestrati è stimato in oltre 30 milioni di euro. Gran parte degli immobili sequestrati si trovano nei comuni di Giugliano in Campania; sottoposti a sequestro anche immobili in Toscana, nelle province di Pisa (Santa Maria a Monte) e Arezzo (Marciano della Chiana e Foiano della Chiana) e alcuni in Abruzzo, nella provincia di Chieti (Palena). Le società interessate dal sequestro risultano avere tutte, ad eccezione di una, la sede legale in Giugliano in Campania, presso la residenza del soggetto tratto in arresto o nelle immediate vicinanze. Si tratta di società esercenti prevalentemente l’attività nel settore edile, immobiliare e della gestione di pubblici esercizi.

16. Gennaio 2011, i Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di San Giovanni Valdarno e i finanzieri della locale Compagnia della Guardia di Finanza hanno posto sotto sequestro in Terranuova Bracciolini (AR), località le Ville, un appezzamento di terreno edificabile di circa mq. 3000, comprensivo di annesso fabbricato costituito da tre alloggi ad uso abitativo, in avanzato stato di edificazione. L’immobile è intestato formalmente a un prestanome 64enne pensionato del luogo, indagato per riciclaggio aggravato, ma di fatto di proprietà di un cittadino albanese 42enne, residente a Cavriglia (AR), tratto in arresto il 4 novembre 2010, nell’ambito dell’operazione Terna (vedasi notizia n. 12), condotta dai Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile di San Giovanni Valdarno, che ha consentito di disarticolare un sodalizio criminale con caratteristiche transnazionali, agente tra il Valdarno e la Campania, composto da una compagine albanese ed una salernitana, dedito al traffico illecito di costosi mezzi d’opera, con l’aggravante di aver agevolato e rafforzato affiliati ai clan camorristici Serino di Sarno (SA) e Graziano di Quindici (AV). L’albanese è considerato a capo dell’associazione per avere diretto, costituito ed organizzato il sodalizio criminoso che aveva come programma la consumazione di furti in serie di mezzi pesanti per lavorazioni industriali, che venivano rubati nei cantieri della zona del Valdarno, inviati in Campania per le attività di 'taroccamento' e successivamente imbarcati nei porti di Brindisi e di Salerno per essere immessi nei mercati albanesi e di altri paesi. Le indagini condotte dai carabinieri e dai finanzieri, coordinati dal Pubblico Ministero della Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze, dr. Pietro Suchan, consentivano di accertare che il suddetto aveva investito parte dei lucrosi proventi dell’attività illecita nell’acquisto del terreno in località Le Ville di Terranuova Bracciolini e nella costruzione edilizia dei tre alloggi, mezzi finanziari che certamente non poteva avere a disposizione il prestanome.

17. Febbraio 2011, operazione Vulcano, i Ros dei Carabinieri di Bologna hanno eseguito un'operazione di contrasto ad una vasta attività estorsiva, aggravata dal metodo mafioso, ai danni di imprenditori e commercianti della Riviera romagnola. La Dda felsinea ha emesso 10 provvedimenti di fermo nei confronti di altrettante persone ritenute appartenenti ai clan campani dei Vallefuoco di Brusciano (NA), dei Mariniello di Acerra (NA) e dei casalesi. Tra loro anche Massimo Venosa, 35enne di Caserta, residente a Montevarchi (AR). Le ordinanze sono state eseguite in parte in Campania e in parte in Romagna. Almeno due gli imprenditori taglieggiati che, sentiti dai militari, hanno poi confermato quanto le indagini avevano già appurato. Nessuno però, a quanto si è appreso, aveva mai denunciato di essere vittima di estorsioni. E secondo gli inquirenti sarebbero molti altri i commercianti finiti nel mirino dei clan e rimasti finora in silenzio.

18. Settembre 2011, nel corso di un'operazione anticamorra la Squadra Mobile di Caserta, in collaborazione con i Ros, su ordine della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, ha arrestato Gaetano Cerci, di 46 anni, figura storica del clan dei casalesi, affiliato alla fazione Francesco Bidognetti, già condannato, nel 1995, per associazione di tipo mafioso poi diventata definitiva. Secondo gli inquirenti, l'uomo ha favorito anche la latitanza di Vincenzo Schiavone, nipote del più noto Sandokan, arrestato nell’aprile scorso. La misura cautelare per Cerci è stata emessa nell’ambito delle indagini sulla latitanza di diversi esponenti dei casalesi. Cerci si avvaleva della collaborazione di un brigadiere dei carabinieri, anche lui arrestato, che all’epoca dei fatti contestati era nel comando provinciale di Napoli e gli passava informazioni. Gaetano Cerci rappresenta la storia del clan dei casalesi. Come imprenditore ha infatti partecipato attivamente alla lucrosa attività del traffico illecito di rifiuti tossici trasportati dalla Toscana alla Campania, attraverso la società Ecologia 89. Le inchieste lo hanno inquadrato, poi, come “elemento di raccordo – si legge nell’ordinanza – tra la massoneria e la criminalità organizzata casalese tant’è che fu coinvolto nel corso dell’operazione ‘Adelphi’ scattata all’inizio degli anni ’90 assieme a Gaetano Vassallo, ora noto collaboratore di giustizia”. Cerci, sempre in quegli anni, ebbe rapporti anche con Licio Gelli. Diversi pentiti hanno riferito di un coinvolgimento di Gelli nei traffici illeciti di rifiuti dal nord verso il sud. In un’informativa della Dia del 1997, nella quale venivano riportate identificazioni di persone viste entrare a Villa Wanda, residenza di Gelli a Castiglion Fibocchi, spunta anche il nome di Gaetano Cerci, identificato nel 1991.

19. Giugno 2013, i carabinieri del Nucleo radiomobile della Compagnia di Arezzo hanno arrestato Rosario Pinto, colpito da un ordine di custodia cautelare della procura di Napoli, nell'ambito di un blitz contro il clan Polverino di Napoli. Il camorrista è stato rintracciato in un albergo della zona Fiorentina, ad Arezzo, al termine di una notte di ricerca. I carabinieri lo hanno trovato con molto denaro contante, frutto probabilmente di un traffico di droga, verosimilmente dell'hashish di cui il clan Polverino è l'importatore pressoché in esclusiva dal Marocco. Gli investigatori non lo ritengono un boss, per quanto abbia sposato la figlia di un capo, ma un soldato del gruppo di Marano, erede diretto dei Nuvoletta, potentissima cosca, collegata anche alla mafia siciliana, dominatrice della camorra negli anni '80 e '90. Nel corso dell'operazione sono stati eseguiti un centinaio di arresti fra l'Italia e la Spagna.
20. Gennaio 2014, operazione Atlantide, la Guardia di Finanza, coordinata dalla Dda di Firenze, ha arrestato sei persone ritenute affiliate al clan dei casalesi, fazione Bidognetti. L'organizzazione criminale - con base operativa in Valdarno tra Montevarchi, San Giovanni e Terranuova - aveva generato un grande volume di fatture false che permetteva alle società edili di truffare il fisco e di perseguire così una concorrenza sleale nei confronti delle altre ditte toscane, inquinando gli appalti, sia privati sia pubblici. Tra questi ultimi c'era anche un subappalto per lavori agli Uffizi che erano stati concessi, usando metodi illeciti, a due ditte edili, attive in Toscana, dietro le quali si celavano esponenti della camorra. Le ditte in questione, Ggf costruzioni e la Pdp costruzioni, con sede in San Giovanni Valdarno (AR), erano intestate a prestanome, incensurati, in modo da ottenere la certificazione antimafia richiesta per l'espletamento di lavori pubblici. Principale indagato Giovanni Potenza, 62 anni, imprenditore originario di Villa Literno in provincia di Caserta, da anni in Valdarno, residente a Terranuova, con precedenti specifici per associazione di stampo mafioso (affiliato al clan Tavoletta, di Napoli), arrestato insieme ad altre 5 persone sue conterranee, residenti nel Valdarno aretino. Tra i lavori ottenuti da due società edili riconducibili al clan dei casalesi, figura anche la villa di Sting, in Valdarno, e l'edificio dell'ex cinema Gambrinus a Firenze, in vista dell'apertura dell'Hard Rock Cafe. Le aziende che evadevano le imposte grazie alla creazione di costi fittizi, avvalendosi della collaborazione di otto società cartiere con sede in Campania e in provincia di Modena, riconducibili a tre prestanome, due dei quali legati al clan dei Casalesi. Secondo quanto accertato dagli inquirenti, dal 2007 al 2012, le società in questione hanno emesso fatture false per oltre 10 milioni di euro. Le fatture venivano effettivamente pagante dalle due aziende edili toscane. I pagamenti venivano restituiti in un secondo momento in contanti o attraverso assegni circolari. Parte del denaro, il 4% del valore delle transazioni, veniva corrisposto dalle società cartiere a esponenti del clan dei casalesi. I titolari di queste società e delle due ditte edili sono stati arrestati questa mattina dalla finanza. Tra i beni sequestrati, per un valore di 11,3 milioni di euro, 30 immobili nelle province di Arezzo e Caserta, 14 terreni in provincia di Arezzo, 17 veicoli, 27 rapporti bancari e postali, oltre a quote di quattro società con sede in Toscana e Campania. Secondo quanto emerso, le indagini sono partite da attività investigative di controllo economico del territorio e dalle dichiarazioni di 11 collaboratori di giustizia. Nel corso delle indagini, durate due anni, sono state intercettate 73 persone, per un totale di 139.254 comunicazioni esaminate. Condotti anche accertamenti patrimoniali su 47 persone.

21. Aprile 2014, nell’ambito di un’articolata indagine coordinata dalla Dda di Napoli, i Carabinieri del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Caserta e i militari del Gico della Guardia di Finanza di Firenze hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal Gip presso il Tribunale di Napoli, nei confronti di sei indagati, gravemente indiziati, a vario titolo, dei reati di trasferimento fittizio di titolarità di denaro o altro bene ed estorsione, con contestuale esecuzione di decreto di sequestro preventivo di quote societarie e beni immobili, per un valore complessivo di oltre 2 milioni di euro. L’indagine, svolta dall’ottobre del 2011 al novembre del 2013, ha consentito di ricostruire attraverso attività tecniche e dinamiche, documentali e testimoniali, una condotta estorsiva attuata da un imprenditore del frusinate, il quale, avvalendosi della forza intimidatrice di alcuni personaggi affiliati al clan dei casalesi, fazione Bidognetti, poneva in essere una serie di azioni tese a recuperare ingenti debiti non onorati da parte di alcune società, originarie dell’agro aversano ed attive in territorio laziale, che gli avevano subappaltato considerevoli lavori di natura edile, tutti realizzati nel medesimo ambito territoriale. Veniva inoltre accertato e riscontrata, nel corso delle indagini, l’introduzione, sul territorio dello Stato, di un ingente numero di banconote false statunitensi pari a circa 5.000 dollari, che poi venivano spacciate attraverso la mediazione di un istituto di credito sito in Caserta, risultato estraneo ai fatti. Le indagini hanno poi permesso di fare emergere una condotta attuata da Giovanni Potenza, imprenditore, già condannato per la sua appartenenza a clan camorristi operanti nel casertano, originario di Villa Literno e residente in provincia di Arezzo, finalizzata all’attribuzione fittizia di società operanti nel settore dell’edilizia a suoi dipendenti, al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di prevenzione patrimoniale e sfuggire al sequestro e alla confisca. Le società, inizialmente operanti in Villa Literno e successivamente trasferite in provincia di Arezzo, risultavano tra l’altro essere uno strumento attraverso il quale si procedeva all’ emissione ed all’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti al fine di ottenere l’ingiusta restituzione dell’Imposta su Valore Aggiunto a danno dello Stato. Sotto sequestro sono finite 5 aziende edili, una società di scommesse sportive di Sesto Fiorentino, un bar pasticceria a San Giovanni Valdarno e cinque appartamenti.










CRIMINALITÀ ORGANIZZATA SICILIANA


La mafia siciliana negli ultimi anni ha cambiato strategia. Dal periodo della massima esposizione delle stragi è passata ad una fase di puro camaleontismo.
Questa trasformazione conferma, in ogni caso, tutta la pericolosità dei sodalizi criminali siciliani. Spiccano gli interessi della mafia siciliana nelle attività di gestione d’impresa, soprattutto nell’ambito dell’edilizia e del commercio.
Forti sono gli interessi della criminalità siciliana negli appalti pubblici, nel riciclaggio e nel campo del traffico di sostanze stupefacenti.

Per quanto riguarda le attenzioni verso le aggiudicazioni delle gare di appalto nei lavori pubblici, è utile ricordare quanto scritto nelle relazioni annuali della DNA:

2011
"…tali presenze sono ovviamente riconducibili ad attività di imprese siciliane impegnate nell’esecuzione di importanti opere pubbliche per la cui realizzazione non di rado utilizzano il reimpiego dei proventi di attività delittuose. In queste attività si evidenzia spesso anche il coinvolgimento di soggetti formalmente estranei ai contesti criminali ma per questo motivo intestatari fittizi di beni, e interlocutori delle pubbliche amministrazioni. Allo stesso modo e con gli stessi obbiettivi, cosa nostra con imprese proprie o di soggetti contigui all’organizzazione ha penetrato la realtà economica Toscana, ove le indagini hanno consentito di appurare che essa ha condizionato le gare per gli appalti di lavori pubblici con le stesse modalità illecite utilizzate in Sicilia… ."

2012
"Cosa nostra con imprese proprie o di soggetti contigui all’organizzazione ha penetrato la realtà economica toscana, ove le indagini hanno consentito di appurare che essa ha condizionato le gare per gli appalti di lavori pubblici con le stesse modalità illecite utilizzate in Sicilia."

Detto questo, per quanto riguarda la provincia di Arezzo è necessario partire dal febbraio del 1974, quando arrivò al presidente della Commissione antimafia, Luigi Carraro, una lettera del ministro dell’Interno che conteneva un elenco di persone indiziate di appartenenza alla mafia, sottoposte alle misure di prevenzione del soggiorno obbligato e inviate tutte, tranne qualche caso sporadico, nelle regioni del centro-nord. Tra queste risultavano anche due siciliani, Giacalone Gaetano, trasferito a Bucine (AR) e Minarda Francesco, di Bagheria, mandato a soggiorno obbligato a Stia (AR), poi trasferito a Villa Verrucchio, in provincia di Forlì, dove divenne titolare di una ditta di autotrasporti. Nel mese di luglio del 1990, Minarda venne arrestato mentre cercava di raggiungere Milano, poiché ricercato per associazione di stampo mafioso, traffico di stupefacenti, estorsione e altro. Minarda era a capo di un'organizzazione che dalla Sicilia trasportava droga nel Lazio, in Toscana, in Emilia Romagna, in Veneto e in Lombardia.

Ad Arezzo e provincia furono scoperte importanti operazioni di riciclaggio, alcune delle quali per mano del “cassiere dei corleonesi”, il palermitano Giuseppe Calò, detto Pippo, condannato per per gli omicidi di Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Michele Reina, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Boris Giuliano, Paolo Giaccone, Antonino Scopelliti, Cesare Terranova e per la strage di Capaci. In particolare, Calò fu imputato, insieme a Licio Gelli, nel processo per l'omicidio del banchiere Roberto Calvi. Nel 2009, il Gip decise di archiviare la posizione dell'ex capo della loggia massonica segreta P2 per mancanza di sufficienti indizi. Il gip nelle motivazioni parla però della «accertata conoscenza e dei consolidati rapporti che l'ex capo della P2 ha avuto con personaggi sospettati dell'omicidio, come Pippo Calò...>>. Nel 2013, Gelli è stato sentito dai Pm di Palermo, nell'ambito dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia.

C'è da segnalare che, nel mese di Febbraio 2010, il Centro Operativo Dia di Catania ha sequestrato beni mobili e immobili, per un valore complessivo di circa un milione di euro, riconducibili a Paolo Salvatore Sangiorgi, di 50 anni, ritenuto al vertice di un'organizzazione dedita al traffico di sostanze stupefacenti operante nel Catanese, legata a cosa nostra. Il sequestro riguarda terreni, quattro immobili, un'impresa edile di Arezzo, un esercizio commerciale, mezzi di trasporto e rapporti bancari. L'uomo è stato arrestato nell’aprile del 2006, nell’ambito dell’operazione Good year dei carabinieri di Catania per associazione per delinquere e traffico di sostanze stupefacente, perché ritenuto ai vertici di un’organizzazione che acquistava cocaina ed eroina nella zona della Locride, in Calabria. Il Tribunale di Caltagirone lo ha condannato a 24 anni di reclusione.

Infine, il 13 novembre scorso, la Polizia di Stato di Grosseto, in collaborazione con quelli di Roma, Arezzo, Siracusa e Firenze ha arrestato 13 persone appartenenti ad un gruppo criminale composto da cittadini di origine slava e nordafricana, senza fissa dimora e nullatenenti, dediti allo spaccio di cocaina, marijuana ed eroina. Le indagini hanno consentito di accertare che i canali di approvvigionamento provenivano dalla Sicilia e dalle provincie di Roma ed Arezzo (cocaina). Dell’organizzazione faceva parte anche un minorenne non imputabile in quanto di età inferiore ai 14 anni e un soggetto di origine albanese appartenente al clan mafioso della Stidda, operante nella provincia di Ragusa. Si tratta di Armand Hasalla, 41 anni, che avrebbe tenuto il collegamento di una rete di spaccio di cocaina, marijuana ed eroina tra l’organizzazione mafiosa della Stidda del territorio ibleo e il Nord Italia.





CRIMINALITÀ ORGANIZZATA PUGLIESE E LUCANA

La sacra corona unita e le organizzazioni criminali pugliesi e lucane non svolgono un ruolo di primissimo piano in Toscana. La loro presenza è legata, soprattutto, ad azioni criminali svolte in collaborazione con soggetti stranieri di origine albanese o dell’Est europeo. L’attività principale delle cosche pugliesi è il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti.
Gli episodi salienti:
1. Maggio 2005, operazione Imperium, i Carabinieri del comando provinciale di Arezzo hanno smantellato un'associazione per delinquere finalizzata al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti, gestita come una vera e propria azienda con vertice, braccio destro, responsabile commerciale e addetto al personale. Nel corso di tutta l'operazione, iniziata nel 2003, sono state arrestate 38 persone tra il Valdarno aretino e fiorentino, Prato, Reggio Emilia e Basilicata. Le indagini hanno permesso di individuare un'organizzazione criminale piramidale che aveva il vertice in un 37enne lucano, Franco Castellaneta, pentitosi dopo l'arresto, abitante da 15 anni in un casolare di Levane, nel comune di Montevarchi (AR), dove faceva il pastore. Da lui partivano le direttive e gli incarichi per i vari membri dell'organizzazione tra i quali il braccio destro, un lucano residente a Reggio Emilia. Dalla città emiliana veniva gestito lo smercio nel meridione. L'organizzazione, dopo il numero uno e il suo braccio destro, aveva una sorta di responsabile commerciale, arrestato a Prato: un uomo di 35 anni di Matera, che si occupava dello smercio di grossi quantitativi di droga. Una donna era la responsabile del reclutamento dei pusher in Valdarno. C'era anche un esattore, addetto per così dire al recupero crediti: nella sua abitazione sono stati trovati un pugno di ferro e una pistola calibro 22 con matricola abrasa. Attorno a questi personaggi ruotavano gli spacciatori. Il gruppo collaborava anche con, Vincenzo Oliviero, boss della zona di Ercolano, appartenente al clan camorrista Iacomino-Birra. La droga proveniva dal Sud America e, tramite l'Olanda, arrivava a Bologna e di qui in Valdarno, Basilicata e Caserta dove veniva spacciata. Nel mese di aprile 2007, i giudici del Tribunale di Arezzo hanno condannato a pene severe i componenti del sodalizio.

2. Marzo 2011, operazione The Butchers (i macellai), i militari della Guardia di Finanza di Bari hanno eseguito 19 ordinanze di custodia cautelare nei confronti di presunti componenti di un’organizzazione criminale italo-albanese dedita al traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Secondo le indagini il gruppo operava in Puglia, Basilicata, Lazio, Emilia Romagna e Toscana (province di Arezzo, Firenze e Siena) e aveva la propria base operativa a Toritto (BA), zona controllata dal clan pugliese Zonno. A capo dell’organizzazione il pluripregiudicato Cosimo Zonno, 67 anni, detto Fuje fuje, di Toritto, considerato uno dei maggiori fornitori di sostanze stupefacenti della Puglia. Uno degli albanesi arrestati era residente a Montevarchi (AR). Durante l’operazione è stata sequestrata circa una tonnellata di droga proveniente da Spagna, Olanda e Albania. Sono stati sottoposti a sequestro preventivo beni mobili e immobili per un valore complessivo pari a circa tre milioni e 700 mila euro.






CRIMINALITÀ STRANIERA



La criminalità straniera è in continua evoluzione. Il suo radicamento nel tessuto sociale, economico e imprenditoriale della Toscana è sempre più efficace e penetrante. Frequentemente i capitali accumulati sono reinvestiti nei Paesi di provenienza, utilizzando il sistema del “money transfer”. L’aspetto che va messo in evidenza è la capacità dei sodalizi stranieri di operare in sinergia sia con soggetti di diverse etnie sia con gruppi criminali italiani, con il fine di ottimizzare i profitti illeciti. In prevalenza questi “patti” sono stati stretti per supportare le attività criminali più articolate, quali il narcotraffico, la tratta di esseri umani, il favoreggiamento e lo sfruttamento della prostituzione e il riciclaggio di danaro di provenienza illecita. Inoltre, non va assolutamente sottovalutato il fatto che il fenomeno ha un impatto di grande rilevanza sui cittadini avendo creato un consistente aumento dei reati predatori, che in molti casi vedono autori soggetti provenienti sia da Paesi comunitari che extracomunitari.
Gli episodi salienti:
1. Gennaio 1994, operazione Unigold, arrestati cinque aretini che riciclavano in oro i narcodollari dell’ex cassiere del boss Pablo Escobar, capo del Medellìn Cartel colombiano. L’indagine partita dalla Dea statunitense e seguita dai magistrati Piero Luigi Vigna e Giuseppe Nicolosi, si è conclusa con quattro condanne.

2. Marzo 1995, operazione Unigold due, la Guardia di Finanza e la Squadra Mobile hanno arrestato 2 orafi di Arezzo, mentre altre due persone sono latitanti a Panama. Gli indagati, secondo gli inquirenti, avrebbero intrattenuto affari illeciti col cosiddetto Cartello della droga di Cali in Colombia. La Procura di Firenze, inoltre, ha notificato le informazioni di garanzia a tre direttori e tre funzionari di due banche di Arezzo e una di Vicenza i quali, secondo la magistratura, non avrebbero segnalato le operazioni sospette passate per i loro uffici. La prima fase dell'operazione Unigold era scattata dopo l'arresto a Vicenza del colombiano Gustavo Delgado Puig, prima cassiere di Pablo Escobar (capo del Cartello di Medellin ucciso nel ' 93), poi passato a gestire le finanze del Cartello di Cali. Anche allora furono arrestati i due orafi, che vennero rilasciati pochi mesi dopo per decorrenza dei termini. Nel corso dell'operazione, polizia e finanza hanno passato al setaccio circa 3.000 bonifici bancari individuando 270 miliardi di lire sospettati di provenire dal riciclaggio, 150 dei quali documentati come frutto di decine e decine di operazioni illegittime. Secondo l'inchiesta, i Cartelli colombiani si servivano di tre canali principali per riciclare in oro i narcodollari, uno dei quali era costituito dalle due aziende orafe aretine. Per riciclare i miliardi, i trafficanti incaricavano i loro broker di acquistare in Italia due tremila chili di oro al mese a prezzi così alti da destabilizzare i mercati di Arezzo e Vicenza. L'oro arrivava a Panama in parte con operazioni reali e in parte fittizie, e da qui entrava in Colombia. Ovviamente queste grosse operazioni erano possibili soltanto se alcuni responsabili nelle banche chiudevano gli occhi.

3. Novembre 2006, operazione Brugal, i Carabinieri del comando provinciale di Arezzo hanno arrestato 19 persone per associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di sostanze stupefacenti. L'attività di polizia giudiziaria si è svolta in Toscana e in varie province del centro-nord Italia. L'operazione, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze, ha permesso di smantellare due distinte organizzazioni di extracomunitari, una ravennate-aretina e l'altra aretina-spagnola, che collaboravano tra di loro, spacciando cocaina, importata dal Sud America (Perù, Colombia e Repubblica Dominicana), e fatta giungere in Italia attraverso la Spagna e l'Olanda. La droga veniva spacciata per la maggior parte da uomini che trasportavano lo stupefacente ingoiando gli ovuli di plastica. Nel corso dell'indagine, iniziata nel maggio 2005 e condotta con intercettazioni telefoniche anche internazionali, servizi di osservazione, controllo e pedinamento, arresti, sequestri, acquisizioni documentali, sono state arrestate, nella flagranza di importazione di ingenti quantitativi di stupefacenti, dieci persone e sequestrati complessivamente circa 5 chili di cocaina allo stato puro.

4. Giugno 2007, i Carabinieri hanno arrestato un dominicano di 32 anni, che ormai era diventato il punto di riferimento del clan dei dominicani (vedasi anche notizia precedente), un commerciante di auto e il titolare di una grossa impresa artigiana, quest'ultimi due di Città di Castello. Il primo è accusato di associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti e detenzione a fine di spaccio. La cocaina partiva dal Sudamerica e arrivava fino ai mercati al dettaglio della provincia aretina o perugina. Il domenicano era già stato indagato nell’operazione Brugal ma, all'epoca, non fu arrestato a causa della mancanza di prove sufficienti per l'emissione di un provvedimento cautelare nei suoi confronti. Nei mesi successivi, l'uomo ha continuato l'attività criminale dell'organizzazione che era stata da poco smantellata. Continuavano, infatti, ad arrivare dal sudamerica gli ovulatori, percorrendo sempre la solita rotta: Colombia o Santo Domingo in partenza, una tappa intermedia in Spagna e quindi la chiusura del triangolo nella zone di destinazione finale, cioè Arezzo e dintorni, nel caso specifico la Valtiberina, compresa quella umbra.

5. Maggio 2008, l’operazione Trans Oceanic ha permesso di individuare una vasta organizzazione criminale specializzata nel riciclaggio di denaro, provento della vendita di droga. Condotta dai Carabinieri del Nucleo Operativo di Milano l’indagine è stata eseguita in numerose città: Milano, Roma, Napoli, Genova, Verona, Trento, La Spezia, Pavia, Pescara, Bergamo Ancona, Parma, Torino, Como, Monza, Rimini, Arezzo, Livorno, Massa Carrara e nel corso di essa sono stati arrestate 155 persone dominicane, sudamericane e italiane (campane e calabresi). A Grosseto sono stati individuati tre dominicani agenti dell’organizzazione.


6. Novembre 2008, i Carabinieri della Compagnia di Sansepolcro hanno rintracciato e arrestato un cittadino albanese di 35 anni colpito da mandato di cattura internazionale per omicidio. L’uomo, che era ricercato dall’Interpol, deve scontare una pena detentiva di 17 anni poiché condannato dal tribunale di Shkoder (Albania) per aver ucciso a colpi di arma da fuoco un suo connazionale.

7. Marzo 2009, un giovane albanese è morto e altri due connazionali sono rimasti feriti in una sparatoria avvenuta nel centro di Arezzo. Lo scontro a fuoco è avvenuto poco dopo le 04.00 nel piazzale antistante un'abitazione di via Torricelli, dove vivono alcuni albanesi. A fronteggiarsi sarebbero stati due gruppi di albanesi antagonisti. Nel mese di gennaio 2014, la Squadra Mobile ha catturato il latitante albanese Nik Kodra, condannato a 13 anni (pena definitiva dopo la Cassazione) per la sparatoria in questione. Quest'ultimo è stato arrestato in Albania. Il latitante faceva parte di una delle due bande, quella dei cosiddetti "assalitori".

8. Agosto 2009, un clandestino albanese è stato arrestato con l'accusa di tentato omicidio. L'uomo, più volte indagato per reati di droga e di prostituzione, è stato fermato dalla Squadra Mobile della Questura di Perugia per aver accoltellato un suo connazionale, nella notte del 13 agosto scorso ad Arezzo, davanti ad un pub dove entrambi avevano trascorso la serata. La polizia di Perugia, che nelle ore successive al ferimento aveva rintracciato e fermato il presunto accoltellatore, ha ricostruito, con l'aiuto dei colleghi di Arezzo, la vicenda e i motivi della sanguinosa lite. Si tratterebbe di un ''regolamento di conti'' per divergenze riguardanti il mercato della droga e della prostituzione sulla piazza perugina. Anche il giovane ferito, 26 anni, è un clandestino ben conosciuto dagli investigatori perugini per i suoi precedenti legati allo spaccio e alla prostituzione.


9. Dicembre 2009, operazione Andromeda, la Guardia di Finanza di Pisa ha sgominato un’organizzazione criminale specializzata nel traffico internazionale di stupefacenti, ramificata in Europa con vertice ad Anversa, dove risiede il cittadino albanese sospettato di essere a capo dell’organizzazione. Alle indagini, coordinate dal Pm della DDA fiorentina, Pietro Suchan, sviluppatasi in seguito a un indagine pisana sul traffico di stupefacenti, hanno collaborato autorità giudiziarie e di polizia di Norvegia, Belgio, Francia, Germania e Gran Bretagna. Paesi in cui, insieme a Italia e Lituania, sarebbero stati attivi nuclei dell’organizzazione che, secondo gli investigatori, è strutturata come quelle mafiose, e che avrebbe potuto contare su disponibilità di molti soldi, armi e anche immobili. 10 i chili di droga che settimanalmente sarebbero stati importati dalla Bolivia in Olanda, attraverso la rotta navale Perù-Olanda, da dove poi veniva smerciata negli altri paesi europei. In Italia la droga sarebbe stata portata da cittadini italiani, che si occupavano anche del trasporto di denaro raccolti con lo spaccio. Fulcro del sodalizio criminale in Italia la Toscana. In particolare molti degli indagati avevano individuato le loro basi nel Valdarno. L’esecuzione delle 42 misure di custodia cautelare, a cui si aggiungono 15 arresti in flagranza di reato compiuti nel corso delle indagini, sono scattate ieri in contemporanea nei diversi paesi interessati. 30 le ordinanze notificate in Italia nei confronti di 22 cittadini albanesi, 7 italiani, 1 cittadino tunisino, residenti tra il Valdarno aretino e le province di Firenze, Prato e Livorno, a Milano, Pavia e Lodi, a Bari e Lecce, e ancora a Teramo, Rimini, Reggio Emilia, Torino, Padova e Vicenza. L’operazione si è avvalsa di intercettazione telefoniche e ambientali, di riprese video, appostamenti e pedinamenti, e ha visto impegnati 100 militari, cinque unità cinofile, 45 auto e un elicottero, Sono stati sequestrati 49 chilogrammi di cocaina, 10 di eroina, due di hashish, 6000 pasticche di ecstasy, due pistole, cinque auto ed un tir, cinque documenti falsi, 170 mila euro.

10. Febbraio 2010, i Carabinieri di Arezzo hanno arrestato dieci albanesi, ritenuti responsabili della sparatoria avvenuta a Ponte alla Chiassa, nella notte fra il 23 e il 24 gennaio del 2008. Gli arresti sono avvenuti tra il comune capoluogo e Subbiano. I dieci farebbero parte di due bande contrapposte che si sarebbero affrontate a colpi di arma da fuoco per il controllo del territorio per lo sfruttamento della prostituzione. Nel corso della sparatoria vennero esplosi 21 colpi. Tra i reati contestati, anche il sequestro di una prostituta e un'aggressione a un loro connazionale. Nel mese di giugno 2011,  Bledar Pulay, capo della banda omonima, accusata insieme ai Kodra di aver partecipato alla sparatoria di Ponte alla Chiassa, è scappato dagli arresti domiciliari nella sua abitazione di Subbiano. C'era arrivato pochi giorni prima, dopo che il Gip, gli aveva concesso i domiciliari. Gli inquirenti sono convinti che sia fuggito verso l'Albania. Bledar è l'unico condannato per la sparatoria del gennaio 2008. Al processo, infatti, i giudici hanno ritenuto che non ci fossero prove sufficienti per accusare gli altri Pulay, i loro complici e i Kodra della sparatoria, mandando tutti assolti, almeno per questo reato.

11. Febbraio 2010, operazione Little, i Carabinieri di Perugia hanno arrestato 85 persone per associazione per delinquere finalizzata al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti e sfruttamento della prostituzione. Le indagini hanno consentito di accertare l’esistenza di un sodalizio criminale composto da cittadini di etnia albanese che, dopo aver importato lo stupefacente da vari paesi europei quali Belgio, Olanda e Grecia, lo rivendeva in diverse zone del territorio nazionale. Due degli arresti sono stati eseguiti a San Giovanni Valdarno e Montevarchi.

12. Ottobre 2010, ad Arezzo un giovane di origine romena, 25 anni è stato ucciso e un altro, 28 anni, anche lui romeno, è rimasto ferito. Entrambi sono stati colpiti dai colpi sferrati con un pugnale o un coltello. Le aggressioni si sono verificate in due luoghi diversi, ma gli episodi potrebbero essere collegati fra loro. Infatti la causa è stata una rissa scoppiata davanti a un circolo ricreativo in località Olmo, alla periferia sud di Arezzo, poco prima della mezzanotte. Aron Catalin, 25 anni, è stato colpito con più fendenti. Soccorso è stato trasportato all'ospedale San Donato di Arezzo in gravi condizioni ed è morto al pronto soccorso poco dopo. Successivamente, un altro romeno di 28 anni, forse anche lui protagonista della rissa, è stato colpito da alcune coltellate alla schiena in via Tanaro, nel quartiere di Saione. L'uomo potrebbe essere stato inseguito da uno o più partecipanti alla rissa.

13. Febbraio 2011, operazione Seven, i Carabinieri di Pontassieve (FI) hanno smantellato un’organizzazione criminale dedita al narcotraffico, eseguendo 38 ordinanze di custodia cautelare, sequestrando circa 35 chili di droga (14,5 chili di cocaina, 14,1 di eroina, 6,4 di marijuana e 146 grammi di hashish) e recuperando 57mila euro. Le indagini, dirette dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze, hanno portato anche alla denuncia di ulteriori 81 persone. L’attività dei Carabinieri ha interessato la zona del centro-nord Italia, coinvolgendo anche militari dei comandi di Firenze, Arezzo, Prato, Roma e Ferrara. L’operazione rappresenta la prosecuzione dell’attività investigativa denominata Dirty Hands, che aveva portato, nel marzo 2009, a 12 arresti nei confronti di soggetti italiani ed extracomunitari di origine magrebina. Le persone arrestate nel corso dei due segmenti d’indagine sono di origine italiana, albanese e magrebina.

14. Maggio 2011, la Polizia di Stato di Arezzo ha arrestato 25 persone appartenenti ad un sodalizio criminale composto da albanesi, italiani e un russo, dedito allo sfruttamento della prostituzione, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, traffico di stupefacenti, furto e ricettazione.

15. Ottobre 2011, i Carabinieri di Arezzo hanno arrestato 12 soggetti, tra italiani e albanesi, in quanto ritenuti responsabili di appartenere ad un’organizzazione criminale dedita alla commissione di rapine, prevalentemente ai danni di giovani prostitute straniere.

16. Gennaio 2012, operazione Nibbio, la Squadra Mobile ha stroncato un consistente traffico di eroina. Le indagini hanno interessato la zona del centro storico di Arezzo. In tutto le persone finite in manette sono dieci (9 magrebini ed un aretino). Sono stati sequestrati duecento grammi di eroina.

17. Luglio 2012, operazione Terra promessa 2, i Carabinieri di Sassari hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal G.I.P. presso il Tribunale di Cagliari, nei confronti di 15 indagati (13 nigeriani e due italiani) per associazione per delinquere finalizzata alla tratta di esseri umani, riduzione e mantenimento in schiavitù, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione, favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Altri due cittadini nigeriani sono stati tratti in arresto in Francia e Germania con la collaborazione dell'Interpol. L’indagine, naturale prosecuzione della precedente Terra promessa, ha colpito un’organizzazione criminale transnazionale di etnia nigeriana attiva, nel nord della Sardegna e nelle province di Roma, Caserta, Arezzo, Prato, Genova, Parma e Treviso, nella tratta di giovani ragazze nigeriane che, ingaggiate nel Paese d’origine con false promesse di lavoro, trasferite via terra verso le coste nordafricane e successivamente via mare verso le coste siciliane, dopo essere state fatte fuggire dai centri di prima accoglienza, venivano infine ridotte in schiavitù e sfruttate sessualmente nelle citate aree di influenza del sodalizio del territorio nazionale dalle rispettive madame. L’indagine, inoltre, ha documentato la celebrazione di alcuni matrimoni combinati tra cittadini italiani consenzienti e nordafricani, sia uomini che donne.

18. Febbraio 2013, la Polizia di Stato di Pistoia, con il coordinamento del Servizio Centrale Operativo e la collaborazione di personale della Squadra Mobile di Arezzo e dei Commissariati distaccati di Montecatini Terme e Pescia, ha smantellato un‘organizzazione criminale specializzata in furti in abitazione. Sono state eseguite 12 misure cautelari (8 cittadini albanesi, 3 italiani e una donna estone) per reati che vanno dal furto in abitazione alla ricettazione e al riciclaggio di oro. Gli arresti sono scattati al termine di un'attività investigativa iniziata nel mese di maggio dello scorso anno nell'ambito dell'intensificazione delle indagini per il contrasto al fenomeno dei furti e delle rapine in abitazione. Una prima fase si era già conclusa nel mese di luglio con il fermo di 7 cittadini albanesi responsabili di 17 episodi (5 furti in abitazione, 10 furti in esercizi commerciali, bar e circoli e 2 furti di autovettura) avvenuti nelle province di Pistoia e Firenze. Durante l'indagine fu individuato un importante canale di ricettazione degli oggetti preziosi provento di furti in abitazione, canale rappresentato principalmente da due cittadini italiani residenti in Valdinievole.

19. Settembre 2013, i Carabinieri hanno stroncato la Magreb-connection, ovvero l'organizzazione di magrebini che controllava lo spaccio al minuto nelle zone a rischio di Arezzo. Sono state arrestate 12 persone (tunisini e marocchini). Lo stupefacente (cocaina ed eroina) proveniva dal mercato di Napoli, controllato dalla camorra. Il gruppo criminale aveva assunto, da tempo, il controllo dello spaccio aretino. Secondo gli investigatori, il tramite tra la Campania ed Arezzo erano corrieri ovulatori che ingerivano gli ovuli per sfuggire ai controlli e li portavano fino ad Arezzo.

20. Gennaio 2014, la Squadra Mobile di Siena ha arrestato tre romeni, due uomini e una donna, e denunciato altre quattro persone. I reati ipotizzati, a vario titolo, sono tratta di persone, riduzione in schiavitù, induzione, sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione. Le ragazze venivano "offerte in vendita" a un altro gruppo dedito allo sfruttamento della prostituzione a 500 euro ciascuna. Questa la somma che sarebbe stata chiesta dal gruppo di romeni per 'cedere' giovani connazionali, attirate in Italia con il miraggio di un lavoro pulito, come cameriera o baby sitter e poi costrette a prostituirsi in strada nel senese, a Castelnuovo Berardenga. La vendita delle giovani non sarebbe stata poi portata a termine perché le ragazze si sarebbero rifiutate di lavorare in strada. Proprio la ribellione di una di loro, riuscita a scappare, ha aiutato poi le indagini. Dall'inchiesta è emerso che le ragazze sarebbero state portate in Italia dalla connazionale poi arrestata, che lavorava in provincia di Arezzo come badante in nero. La donna avrebbe approfittato della sua rete di conoscenze in Romania per conquistare la fiducia delle giovani, tutte maggiorenni, e delle loro famiglie, con la promessa di prospettive vantaggiose in Italia. Al loro arrivo alle ragazze venivano sottratti telefonini e documenti ed erano costrette con la violenza a prostituirsi. Il capo della banda sarebbe stato il 38enne, ufficialmente artigiano con un'impresa edile nell'aretino.

21. Marzo 2014, due malviventi, con volto coperto e accento dell'est europeo, hanno sequestrato e rapinato un orafo, in zona Pescaiola, ad Arezzo.

22. Marzo 2014, i Carabinieri di Firenze, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Firenze, hanno eseguito 33 ordinanze ordinanze cautelari nei confronti di soggetti ritenuti appartenenti, a vario titolo, a due diverse associazioni per delinquere finalizzate al traffico internazionale di sostanze stupefacenti, entrambi radicate e attive in Toscana e in altre regioni d’Italia. Il traffico di cocaina ed eroina, ma anche marijuana si sviluppava attraverso i territori di Italia, Albania, Olanda e Norvegia. I provvedimenti di cattura, la maggior parte dei quali emessi a carico di soggetti di nazionalità albanese, rappresentano la seconda tranche di un complesso e vasto filone investigativo (operazione Sottotraccia) che già nell’aprile del 2013 aveva portato all’esecuzione di 37 ordinanze di custodia cautelare in carcere (di cui 24 eseguite all’estero, tra Albania, Belgio, Francia, Olanda e Svizzera), il deferimento in stato di libertà di altre 2 e il sequestro di svariati chilogrammi di cocaina. Le due organizzazioni criminali operanti rispettivamente in Firenze e nella zona del Valdarno (AR), con diramazioni anche in Liguria, accomunate tra loro dalla presenza di un pluripregiudicato albanese Dorian Beshaj, classe 81, detto “Babale”, domiciliato ad Arezzo, che ha rivestito il ruolo di fornitore ed organizzatore nell’ambito dei due distinti gruppi criminosi.

23. Marzo 2014, i Carabinieri hanno individuato i membri della banda accusata di aver messo a segno la rapina ai danni della villa di un imprenditore a Rondine. L'ultimo ad essere arrestato è un macedone, accusato di appoggio logistico al gruppo di rapinatori. L'assalto in villa era stato fatto nella serata del 15 gennaio 2014, da tre individui, coperti da un passamontagna e armati di due pistole e di un manganello. I malviventi avevano costretto la vittima ad aprire la cassaforte, portandogli via gioielli in oro ed orologi di pregio per un valore di circa 20.000 euro: quindi la caccia alla seconda cassaforte, che ritenevano esistere, trattenendosi nell’abitazione per circa due ore. Al termine della ricerca i tre malfattori, dopo aver immobilizzato gli occupanti dell’abitazione con del nastro adesivo alle mani e ai piedi, si erano allontanati per la campagna circostante, ove li attendeva un complice munito di autovettura. Le indagini avevano permesso dopo pochi giorni, ai Carabinieri del Nucleo Investigativo e della Compagnia di Arezzo, di trarre in arresto per ricettazione un italiano pregiudicato, di origini campane, ma residente in Arezzo, poiché aveva ceduto ad un esercizio di “Compro Oro” la maggior parte dei gioielli, provento della rapina. La refurtiva, riconosciuta integralmente dalle vittime, era stata recuperata. In seguito, i carabinieri, incrociando i dati in possesso sul conto del ricettatore, risalivano ai contatti tenuti dallo stesso con soggetti provenienti dall’Est-Europa e, avviati accertamenti tecnici su delega della Procura della Repubblica di Arezzo, riuscivano a mettersi sulle tracce dei probabili autori della rapina, che venivano man mano identificati. Successive perquisizioni domiciliari, eseguite a febbraio, permettevano ai Carabinieri di recuperare una pistola con matricola abrasa, nascosta in un giardino vicino all’abitazione di uno dei sospettati e un orologio di valore, provento della rapina, in una abitazione nella disponibilità di una donna rumena, che aveva legami con un altro dei sospettati. Recentemente a Castelfiorentino, i Carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Arezzo, in collaborazione con quelli della Stazione di Castelfiorentino, al termine di un lungo servizio di osservazione, hanno fermato un albanese di 28 anni di età, clandestino, che indossava al polso un orologio di grande valore, di proprietà della vittima della rapina di Rondine e che in una tasca aveva alcuni monili in oro, provento di altri furti in abitazione commessi in Castelfiorentino. A seguito delle risultanze emerse la Procura di Arezzo, emetteva un decreto di fermo di Indiziato di delitto a carico del soggetto, ritenuto uno degli autori materiali della rapina. All’atto dell’esecuzione del provvedimento i Carabinieri hanno eseguito una perquisizione domiciliare nell’abitazione del fermato, che coabitava con un connazionale e due cittadini marocchini, rinvenendo e sequestrando un altro orologio di valore, monili in oro, un televisore e capi di vestiario griffati, tutti di provenienza di più furti in abitazione avvenuti in Castelfiorentino nel mese di febbraio 2014. Venivano inoltre sequestrati 68 grammi di hashish e 106 grammi di marijuana nella disponibilità dei due marocchini, che sono stati denunciati in stato di libertà per detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti, mentre l’altro albanese è stato deferito, unitamente al fermato, per il reato di ricettazione.

24. Aprile 2014, la Polizia di Stato di Arezzo ha arrestato dodici persone nell'ambito di un'operazione contro lo sfruttamento della prostituzione. Si tratta di cittadini albanesi e romeni – appartenenti a due bande contrapposte - e di un italiano, originario di Napoli. Gli arrestati avrebbe operato soprattutto nelle zone di San Zeno e Olmo, alle porte della città, dove si concentra il giro della prostituzione. Al gruppo sarebbe collegata anche un'aggressione a cittadino un romeno.

25. Settembre 2014, i Carabinieri hanno fermato due fratelli rumeni per l'omicidio dell'albanese Piro Macka, il giovane accoltellato nel piazzale di un night della zona industriale di Arezzo.

26. Ottobre 2014, la Polizia albanese, in stretta collaborazione con il personale del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Piacenza, ha arrestato il latitante Aleksi Haki, classe 1965, muratore di Arezzo, originario di Durazzo (Albania), considerato il capo italiano di una consorteria criminale albanese, dedita allo sfruttamento della prostituzione sulle strade della Liguria. Lo stesso era stato colpito dal provvedimento restrittivo - nell'ambito di una vasta operazione della Dda di Genova che ha emesso 104 ordinanze di custodia per associazione di tipo mafioso - poiché riconosciuto come il capo indiscusso di una feroce organizzazione malavitosa che, con violenze inaudite, costringeva sulla strada giovani ragazze albanesi, fatte entrare clandestinamente in Italia. L’operazione Kanun, dal nome della legge tribale albanese che regola i rapporti tra i clan del paese delle aquile sin dal 1.400, è stata svolta dalla Squadra Mobile di Genova dal 1999 al 2002, permettendo di smantellare una vasta organizzazione radicata nel Tigullio (tra Cavi di Lavagna e Chiavari) con diramazioni in Lombardia, Liguria, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte e Toscana. Le vicende giudiziarie seguite agli arresti hanno visto una prima condanna a complessivi 260 anni di carcere presso il tribunale di Chiavari, confermati dalla Corte d’Appello di Genova, nel 2007, con 276 anni per 35 imputati. La pena più alta (30 anni) era toccata proprio ad ALEKSI Haki, feroce capo dell’organizzazione. In seguito la Corte di Cassazione riformava la sentenza, escludendo l’associazione mafiosa e riducendola a semplice (art. 416 c.p.), rinviando il tutto ad un nuovo processo di secondo grado. La Corte d’Appello di Genova perveniva così a nuova sentenza per complessivi 203 anni di carcere infliggendo 28 anni e 6 mesi all’Aleksi. La Corte di Cassazione chiudeva la vicenda penale, rendendo definitiva la sentenza nell’udienza dell’8 maggio 2013, seguita dal mandato di carcerazione della Procura Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Genova, dovendo l’Aleksi ancora scontare anni 17 e mesi 1 di reclusione (pena residua). Nel frattempo Aleksi Haki, residente ad Arezzo, arrestato su ordine di custodia cautelare il 24 maggio 2002, permaneva in carcere in attesa di giudizio sino al 23 maggio 2008 (6 anni), quando veniva scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare e lo stesso prendeva domicilio a Caorso (PC), presso parenti, dove nel frattempo si era trasferita, da Arezzo, anche la sua famiglia. Nel maggio 2013, all’arrivo della sentenza definitiva, si era dato alla latitanza ricercato da tutte le polizie europee in ambito Schengen ed anche oltre, grazie all’Interpol.

27. Ottobre 2014, i Carabinieri di Arezzo hanno arrestato sette persone, di origine magrebina (tunisini e marocchini) per traffico e spaccio di sostanze stupefacenti.






REATI ECONOMICI E FINANZIARI

Abbiamo già ampiamente parlato degli interessi della mafia nelle attività economiche lecite. Nell'insieme, la sfera di operatività criminosa di questi sodalizi è principalmente orientata in attività estorsive e usurarie in danno di imprese. La sottomissione al ricatto da parte della criminalità organizzata, in molti casi, induce le vittime a effettuare false fatturazioni con il fine di realizzare illeciti introiti, creando operazioni commerciali inesistenti. Tutto ciò provoca, inevitabilmente, un vincolo di complicità con i criminali.
A tal proposito, è interessante l'intervento dell'avvocato Piero Melani Graverini (Unione distrettuale regionale degli Avvocati), estrapolato dalla già citata relazione della Commissione del Consiglio Regionale:
"Arezzo anche qui non violo nessun segreto, è la terra di coloro che sono assoggettati ai programmi di protezione, Arezzo pullula di pentiti, o sedicenti pentiti. Il Presidente essendo aretino vede il fiorire di attività, attività commerciali, e qui apro parentesi chi le verifica? Chi le controlla? Che intervento c’è? Si aprono negozi di sfogliatelle, mozzarelle... che durano sei mesi, cinque mesi, quattro mesi e poi chiudono e poi spariscono. Qualcuno rimane per carità, li frequentiamo ma questo fiorire di attività che ripetodurano il tempo di una primavera da chi è controllato? Chi le rilascia le autorizzazioni? Chi verifica la solidità? Chi verifica i flussi di denaro? Anche un incompetente come chi vi parla è in grado di dire ma non è che magari servirà per ripulire certe somme, certi flussi di denaro, poi si chiude e ce ne andiamo? Abbiamo una realtà aretina, la nostra casa circondariale è smantellata perché, anche questo fenomeno tipicamente italiano, sono state affidate a delle ditte, imprese edili che lavorano nel settore edile la ristrutturazione, sono fallite, si è fermata la ristrutturazione, il carcere è bloccato, vi sono 20 – 30 posti a fronte di un centinaio potenziali. Sono 20 – 30 posti che sono occupati tutti da soggetti che sono in semilibertà, che sono stati appoggiati perché non possono stare in strutture più grandi come Sollicciano, Prato perché rischiano, perché sono collaboratori etc.. Arezzo, lo si può dire, è la città dei collaboratori però è la città dei collaboratori, veri o presunti tali, con le conseguenze che stavo dicendo prima. E allora se si importa in una realtà come Arezzo un flusso di denaro che arriva in maniera anche non tradizionale perché non credo che passino attraverso Banca Etruria o altre banche o perlomeno in maniera massiccia, chi lo verifica? Chi lo controlla? Dov’è il setaccio che necessariamente deve esserci? Ma non può essere solo il setaccio dell’autorità giudiziaria, non può essere della Polizia giudiziaria ma è un setaccio che va fatto a 360 gradi, è un setaccio che deve partire dalle camere di commercio, è un setaccio che deve partire dall’Amministrazione comunale, dall’amministrazione provinciale. Ognuno deve fare la sua parte. Viene fatta la sua parte?..."


Nel 2013, le attività investigative e ispettive della Guardia di Finanza di Arezzo, volte alla tutela degli interessi economico-finanziari, sono state numerosissime. Se ne citano alcune.
Nel contrasto all’evasione sono stati scoperti redditi imponibili per oltre 479 milioni di euro (nel 2012 erano circa 400 i milioni di euro) e 59 milioni di euro in materia di Iva dovuta e non versata (a fronte dei 40 milioni del 2012). Le indagini sui casi di evasione più gravi effettuate nel 2013 sono sfociate nella denuncia all’Autorità Giudiziaria di 95 persone per 165 delitti di natura fiscale.
Sul fronte dell’economia sommersa, sono stati scoperti 85 tra evasori totali e para-totali, prevalentemente operanti nei settori della lavorazione e commercio di articoli di gioielleria, dell’edilizia e del tessile-abbigliamento.
Nell’anno 2013 sono stati accertati anche fenomeni di evasione fiscale internazionale che hanno consentito di ricondurre alla tassazione nazionale circa 8,7 milioni di euro in materia di imposte dirette. Nella maggior parte dei casi si tratta di fittizie residenze all’estero e di pratiche di transfer pricing, consistenti cioè nel trasferimento di quote societarie tra imprese facenti parte dello stesso gruppo, mediante l’effettuazione di cessioni di beni e/o prestazioni di servizio ad un valore diverso rispetto a quello regolarmente praticato tra entità indipendenti.
Relativamente al sommerso da lavoro, sono stati individuati 166 lavoratori in nero e/o irregolari, principalmente operanti nel settore della ristorazione, del manifatturiero (sia orafo che tessile), dell’intrattenimento, delle costruzioni ed altri servizi. Sono stati accertati anche quattro episodi di impiego di manodopera clandestina.
Per quanto concerne le indagini in materia di riciclaggio e lotta alla criminalità organizzata, sono di rilievo quelle condotte dalla Compagnia di San Giovanni Valdarno, in collaborazione con il Gico di Firenze, nei confronti di Giovanni Potenza, affiliato al clan dei casalesi che si era trasferito nel Valdarno agli inizi degli anni ’90 per sfuggire a ritorsioni di fazioni avverse, per poi acquisire il controllo di società edilizie intestate a prestanome ed utilizzarle per aggiudicarsi appalti pubblici e privati, aggirando gli obblighi fiscali grazie all’utilizzo di 10 milioni di fatture false (vedasi notizia inserita nel capitolo criminalità organizzata campana).
Nell'ambito delle attività di contrasto alla contraffazione, sono stati sequestrati circa 7.600 articoli merceologici falsificati e/o privi dei requisiti di legge ed opere dell’ingegno, e denunciati 19 persone all’A.G. e 18 alle competenti Autorità amministrative. In tale contesto si incardinano le due operazioni svolte dalle Fiamme Gialle aretine: la prima, nel Valdarno, dove è stata individuata una fabbrica abusiva che produceva magliette con loghi delle più importanti squadre di calcio e che provvedeva a venderle attraverso un sito internet, debitamente oscurato dai finanzieri della Compagnia di San Giovanni Valdarno. La seconda, invece, condotta dalla Compagnia di Arezzo che ha portato al sequestro ed all’oscuramento del sito internet “www.filmsenzalimiti.it”, gestito da padre e figlio, che, tra le proprie mura domestiche, permettevano la visione on line di oltre 3.000 film di successo, spesso ancora in visione nelle sale cinematografiche.
Gli episodi salienti:
1. Giugno 2007, la Guardia di Finanza di San Giovanni Valdarno (AR), nel corso di un'attività ispettiva, che ha riguardato cinque società del Valdarno operanti nel settore edile, ha individuato una frode all'erario per oltre 44 milioni, nonché l'impiego di 600 lavoratori irregolari o al nero. Le fiamme gialle hanno denunciato all'Autorità Giudiziaria, per i reati di frode fiscale, 12 persone. Secondo quanto emerso, sono oltre 5 i milioni di euro di ricavi non dichiarati; 14 milioni di euro di costi indeducibili; una evasione all'Iva per oltre 4 milioni di euro, con false fatturazioni per quasi 2 milioni di euro; un'Irap sottratta a tassazione per oltre 20 milioni di euro; ritenute non operate e non versate per circa 1 milione di euro. Le indagini hanno consentito di accertare che le cinque imprese verificate, tutte riconducibili ad un unico soggetto, avevano utilizzato, per le prestazioni fornite, quasi 600 dipendenti irregolari, di cui 500 completamente 'in nero', con la conseguente evasione dei contributi assicurativi, previdenziali ed assistenziali. I lavoratori in nero o irregolari provenivano, nella quasi totalità, da regioni del meridione (Campania in particolare) e gli stessi ogni settimana facevano ritorno presso le loro famiglie; molti di loro, inoltre, risultano avere precedenti penali. Il mancato rispetto delle normative giuslavorative ha consentito alle ditte di inserirsi nel mercato a prezzi estremamente vantaggiosi. A conferma dell'illecito sistema concorrenziale posto in essere dal gruppo di imprese sottoposto a controllo fiscale, la Gdf ha rilevato che numerosi pagamenti (per quasi 4 milioni di euro) sono risultati in denaro contante, in violazione alla normativa antiriciclaggio di cui alla legge 197/1991.
2. Luglio 2011, viaggiava in auto con un milione e 200 mila euro in contanti, 60 chili di argento e un kg e mezzo di oro. La scoperta è stata fatta da una pattuglia della Polstrada della sottosezione di Arezzo che ha arrestato il conducente della macchina, un napoletano, incensurato e disoccupato. Secondo quanto spiega la stessa Polizia stradale, l’uomo, alla guida di una Peugeot con targa italiana, è stato fermato per un controllo al km 355 sud della A1, poco prima del casello di Arezzo. La persona si sarebbe mostrata molto agitata e gli agenti hanno così proceduto a un controllo nel veicolo, scoprendo nel bagagliaio tre sacchi con dentro 60 kg di argento in granuli e verghe di oro fino del peso di 1,5 kg. Dietro i pannelli degli sportelli posteriori i poliziotti hanno invece trovato 1.200.000 euro, tutti in banconote nuove di zecca da 500 euro. Secondo la ricostruzione della polizia l’uomo avrebbe portato il metallo prezioso di contrabbando nel Nord Italia ricevendone in cambio contanti. L'arresto del giovane ha dato origine all'attività investigativa dalla quale è scaturita l'operazione Fort Knox (vedasi notizia n. 4 seguente).
3. Marzo 2012, la Guardia di Finanza di Arezzo ha eseguito controlli nei confronti di 12 Compro Oro della provincia. Nel corso dell’operazione i militari hanno accertato gravi irregolarità per traffici di riciclaggio e ricettazione nei confronti dei titolari di 4 di essi. Presso due compro oro, infatti, sono stati scoperti oltre 9 kg di oggetti di oreficeria ed argenteria, 44 orologi di pregio e centinaia di monete d'oro mai presi in carico sui registri di Pubblica Sicurezza, così da rendere impossibile l'identificazione della loro provenienza: per questo motivo i titolari sono stati denunciati all'Autorità Giudiziaria per ricettazione, con il conseguente sequestro in flagranza di tutta la "mercanzia". Gli interventi ispettivi effettuati hanno riservato altre sorprese: i responsabili di ulteriori due attività del settore, infatti, sono stati denunciati per i reati di riciclaggio e falsità nei registri di P.S., perché in numerosissimi casi avevano omesso l'annotazione delle effettive generalità dei conferenti di oggetti preziosi usati. Si tratta di clienti che dall'esame dei registri risultavano più "affezionati" di altri: sentiti dai finanzieri, essi hanno precisato, semplicemente e incontrovertibilmente, che non avevano mai venduto gli oggetti registrati a loro nome dai compro oro. Ciò significa che, in pratica, nominativi di persone tenute all'oscuro sono serviti per occultare l'origine vera degli oggetti di oreficeria e argenteria, il cui valore complessivo ammonta ad oltre 100.000 euro, e rendere così impossibile la verifica della legittima provenienza. In un caso, inoltre, è stato segnalato all'Autorità Giudiziaria per ricettazione anche un privato conferente, il quale non è stato in grado di giustificare l'origine dei monili che aveva ceduto ad uno dei compro oro ispezionati dalle Fiamme Gialle aretine. Il novero delle irregolarità accertate dai finanzieri contempla anche casi in cui ad essere danneggiati erano, invece, direttamente i clienti dei compro oro: in uno di essi, infatti, i militari, in collaborazione con il personale dell'Ufficio Metrico della Camera di Commercio, hanno accertato la presenza di una bilancia "taroccata", che sistematicamente sottraeva 2 grammi dal peso effettivo dei preziosi conferiti. Sequestrati, infine, altri 7 kg di semilavorati in argento e oltre un centinaio di oggetti in oro per violazioni alla legge sui marchi identificativi. Al termine dell'operazione sono state denunciate all'Autorità Giudiziaria 5 persone per le condotte penalmente rilevanti accertate e, nel contempo, i verbali con le segnalazioni delle irregolarità riscontrate in materia di pubblica sicurezza verranno inviati alla locale Questura per l'adozione dei provvedimenti di competenza. In parallelo sono già in corso gli accertamenti fiscali per la ricostruzione delle attività in nero. L'operazione di polizia economica dei finanzieri del Comando Provinciale di Arezzo, a tutela della sicurezza del mercato e dei consumatori, fa seguito a quella condotta oltre due anni fa, denominata Gold Affair, che, come noto, portò anche alla scoperta di diversi casi di furti perpetrati da operai ai danni delle aziende orafe ove prestavano la loro attività lavorativa.
4. Novembre 2012, operazione Fort Knox, la Guardia di Finanza di Napoli e Arezzo hanno eseguito perquisizioni in tutta Italia nei confronti dei Compro Oro. Sono stati sequestrati beni per 163 milioni a un’associazione per delinquere, con vertice in Svizzera, implicata nel riciclaggio, ricettazione, frode fiscale ed esercizio abusivo del commercio di oro. Sono 118 le persone indagate nell’operazione effettuata in 11 regioni. Secondo quanto ricostruito dalle indagini, solo nell’ultimo anno l’organizzazione ha gestito e scambiato 4.500 kg d’oro e 11mila d’argento. L’associazione aveva il vertice in Svizzera e bracci operativi nei distretti orafi di Arezzo, Marcianise (CE) e Valenza (Alessandria). È qui che agivano per la raccolta dell’oro gli agenti intermediari, a loro volta in contatto con una fitta rete di negozi Compro Oro e operatori del settore che erano alla base della filiera dei traffici. Tutte le forniture del prezioso metallo, ha ricostruito la GDF, avveniva in nero, al di fuori dei circuiti ufficiali e mediante scambi di oro contro denaro contante in banconote di grosso taglio, trasportate da corrieri insospettabili usando autovetture appositamente modificate con doppifondi. Nel corso delle indagini è stata anche sequestrata una villa a Monte San Savino (AR), che l’organizzazione utilizzava come base operativa, protetta e vigilata, tanto da essere ribattezzata Fort Knox. Sequestrati oltre 500 rapporti bancari. I sequestri sono stati eseguiti in 23 banche, 8 intermediari finanziari e due fiduciarie. Nell'ambito dell'attività d'indagine, la Guardia di Finanza ha accertato rapporti con un imprenditore orafo campano che, nel gennaio 2006, era stato tratto in arresto da militari del GICO del Nucleo pt Napoli nell’ambito dell’operazione L’Oro di Napoli, diretta dalla Direzione Distrettuale Antimafia partenopea, quale promotore di una associazione criminale, operante sotto l’egida del clan camorristico Misso del Rione Sanità (NA) che, dotata di ingenti somme di denaro contante provenienti da attività delittuose, aveva sostanzialmente monopolizzato l’acquisto dei lotti di preziosi posti in vendita presso il Monte dei Pegni di Napoli.
5. Febbraio 2013, la Questura di Latina ha sequestrato beni per 150 milioni di euro a un imprenditore di Cisterna di Latina, condannato dal Tribunale di Padova per una maxi-evasione fiscale con frodi carosello. Il provvedimento di sequestro preventivo e della misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza nei confronti dell’indagato è stato emesso dal Tribunale di Latina, poiché le indagini patrimoniali hanno evidenziato l’esistenza di concreti indizi dai quali si desume che l’imprenditore e la sua famiglia, anche attraverso le varie società a loro intestate, vivono con i proventi derivanti da attività delittuose. L’asse immobiliare e finanziario accumulato, non solo nel sud pontino ma anche in altre città del nord Italia, è in evidente sproporzione con le disponibilità dirette e indirette dichiarate al fisco. L’immenso patrimonio sequestrato è stato accumulato non solo nel sud pontino ma anche a Padova, Arezzo, Porto Cervo, Porto Rotondo, anche attraverso interposte persone. Sono stati sequestrati centoquarantasette immobili, tra cui 13 ville, 25 appartamenti, 65 terreni, autorimesse, capannoni, opifici, magazzini e negozi, nonché quote azionarie di diverse società.
6. Maggio 2013, le Fiamme Gialle del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria hanno individuato un'organizzazione criminale che riciclava, in Italia e all'estero, denaro sporco, frutto di illecite attività e commercializzava oro in assenza delle prescritte autorizzazioni. Eseguiti 34 arresti e 85 perquisizioni. Tra le persone raggiunte dalle misure anche avvocati, commercialisti, appartenenti alle Forze dell'ordine e un giudice amministrativo del TAR Lazio. Per smascherare i responsabili per mesi un finanziere si è infiltrato nell'organizzazione. L'attività ha portato all'esecuzione di 22 ordinanze di custodia cautelare in carcere e 12 ordinanze di arresti domiciliari e di 85 perquisizioni. Tra i destinatari della misura anche soggetti operanti nell'area dell'intermediazione finanziaria. Numerosi i reati ipotizzati a carico dei responsabili: non solo associazione per delinquere aggravata dalla transnazionalità, finalizzata al riciclaggio di ingenti quantitativi di denaro in divisa estera e al commercio dell'oro, attraverso l'esercizio abusivo della professione di intermediario finanziario con modalità tali da eludere il sistema della tracciabilità delle operazioni (aggirando il circuito bancario e consentendo di fatto l'immissione nei mercati di denaro contante), ma anche falsificazione, spendita e introduzione nello stato di monete falsificate, detenzione illegale di armi e munizionamento, truffa e violazioni alla disciplina del mercato dell'oro. Le indagini hanno già permesso di sequestrare valuta straniera (principalmente dollari USA, won nord-coreani e franchi svizzeri), per un controvalore complessivo superiore a 11milioni di euro. L'operazione della GdF ha interessato le province di Palermo, Roma, Torino, Aosta, La Spezia, Milano, Varese, Como, Verona, Vicenza, Padova, Modena, Firenze, Arezzo, L'Aquila, Frosinone, Benevento, Napoli, Crotone, Cosenza, Messina e Catania.
7. Ottobre 2013, i militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Arezzo hanno sottoposto a sequestro preventivo, disposto dal GIP del locale Tribunale, su richiesta del Procuratore f.f. della Repubblica, la storica dimora di Licio Gelli, che si trova sulla collina di Santa Maria delle Grazie ad Arezzo, composta da due fabbricati, per un totale di 32,5 vani, con annessi piscina e locale serra, e da terreni agricoli della superficie complessiva di mq 11.150. E' questo l'epilogo di un'indagine molto complessa, condotta dal Nucleo di Polizia Tributaria di Arezzo assieme alla locale Direzione Provinciale dell'Agenzia delle Entrate, che ha consentito di scoprire un sistema di frode architettato dalla famiglia Gelli al fine di non pagare le imposte dovute allo Stato ed evitare che Equitalia potesse pignorare la villa di famiglia, tentando di venderla fittiziamente ad una società terza. La vicenda risale all'anno 1998, allorquando l'Agenzia delle Entrate aretina entrava in possesso di un testamento olografo dello stesso, rinvenuto dalle Autorità di Polizia Giudiziaria francesi, attestante sue significative disponibilità patrimoniali in territorio estero, nonché di documentazione comprovante il sostenimento di spese a favore dei tre figli per rilevantissimi importi, ben superiori ai redditi dichiarati. Da qui derivano contestazioni di omessi pagamenti di imposte sui redditi e di registro, che, dopo i ricorsi vinti dall'Amministrazione Finanziaria davanti alle Commissioni Tributarie, sono stati quantificati in cartelle esattoriali nei confronti dello stesso per 8,8 milioni di euro, del figlio per 7,2 milioni, della figlia per 1,1 milioni e del primogenito per 500 mila euro. Oltre a questo, dalle indagini è emerso che, già nel 2007, gli indagati, consapevoli dei rilevanti debiti da pagare all'Erario e prevedendo l'attivazione prossima ventura delle procedure di riscossione coattiva da parte di Equitalia, hanno pianificato e realizzato, in un brevissimo arco temporale, una serie di atti e negozi giuridici fittizi per svestirsi della proprietà della villa, mediante la simulazione della dismissione a terzi da parte della storica società proprietaria che era al 100% controllata dai tre figli. Due i passaggi chiave dell'operazione fraudolenta: le iscrizioni ipotecarie sull'immobile a favore della moglie di L. G. e del nipote, a fronte di crediti vantati dagli stessi per l'erogazione di presunti finanziamenti nei confronti della società di famiglia; quindi, ottenuta tale giustificazione formale, la successiva alienazione del compendio immobiliare nell'asse patrimoniale di una società romana, precostituita ad hoc e sempre riconducibile ai medesimi congiunti dello stesso individuo. L'architettura della frode fiscale è stata disvelata grazie alle indagini delle Fiamme Gialle svolte in stretto coordinamento con l'Agenzia delle Entrate di Arezzo, che hanno permesso di raccogliere le fonti di prova della commissione, da parte dello stesso, dei tre figli, della moglie e del nipote, del reato di "sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte", previsto dall'art. 11 del D.Lgs. n. 74/2000.
8. Maggio 2014, Piero Mancini, insieme a coimputati, è stato rinviato a giudizio per associazione per delinquere finalizzata alla frode informatica e all’accesso abusivo a sistemi informatici. Mancini, nel 2008, era stato arrestato anche con l'aggravante del metodo mafioso, accusa poi decaduta.




ALTRE ATTIVITÀ CRIMINALI

Le problematiche di Arezzo e della provincia sotto il profilo della sicurezza urbana riguardano, prevalentemente, fenomeni legati ai reati predatori, alle risse, alla prostituzione, allo spaccio di sostanze stupefacenti. Un dato che ci deve far riflettere è quello relativo al fatto che numerosissime vittime dei reati, in particolar modo gli anziani, preferiscono evitare di formalizzare la denuncia del reato che li ha visti coinvolti.
In base anche alle stima dell’ISTAT il numero oscuro dei reati avrebbe raggiunto livelli inimmaginabili. Oltre tre reati di tipo violento contro la persona su quattro, infatti, non sarebbero denunciati alle forze di polizia.
Gli episodi salienti:
1. Febbraio 2010, la Polizia Stradale della sottosezione di Arezzo ha arrestato un olandese mentre, all’altezza del casello di Arezzo, circolava in autostrada alla guida di una Renault Megane con targa straniera. A bordo dell'autovettura gli agenti della Polstrada hanno rinvenuto 10 chilogrammi di sostanza stupefacente per un numero approssimato di 42.000 pasticche ecstasy.

2. Luglio 2011, arrestato dalla Squadra Mobile aretina un quarantunenne per ricettazione, detenzione illecita di armi, munizioni e arnesi per la fabbricazione ed alterazione di armi e munizioni. Durante la perquisizione, all’interno della camera da letto dell’uomo, gli uomini della Mobile hanno trovato un silenziatore, armi (anche artigianali), munizioni, una bomba a mano finta oltre che strumenti per fabbricare le armi, come delle canne pronte per la realizzazione di pistole. Inoltre l’uomo era anche in possesso del tesserino e della placca di un poliziotto romano che aveva denunciato lo smarrimento del documento nel 2008. Sono stati trovati anche dei fogli dove erano stati disegnati ingressi di uffici postali o banche che, secondo gli investigatori, rappresentavano “schemi” per mettere a segno rapine.

3. Luglio 2011, la Polizia Stradale di Arezzo ha arrestato un marocchino di 24 anni, residente a Bologna, che viaggiava con oltre due chili di cocaina nascosti in auto. L'uomo è stato fermato per un controllo lungo il tratto aretino dell’A1. Gli agenti, dopo aver perquisire la sua auto, una Fiat Punto, hanno individuato, dietro il pannello di rivestimento di uno sportello, due involucri con la sostanza stupefacente.

4. Marzo 2012, operazione Tulipano, eseguita dalla Squadra Mobile di Roma, Arezzo e Firenze nei confronti di narcotrafficanti. Il traffico internazionale di stupefacenti, provenienti da Bruxelles, era destinato al mercato italiano. Il corriere era un cittadino olandese che da Bruxelles a Roma trasportava sostanze stupefacenti da distribuire nelle due regioni italiane. L’arresto dei corrieri ha poi dato un impulso decisivo alle indagini che hanno condotto gli investigatori di nuovo in Toscana, ad Arezzo, dove hanno individuato il finanziatore dell’attività illegale. Nell'ambito dell'operazione, proseguita anche nei mesi successivi, sono stati arrestati tre aretini. Ogni scambio permetteva di portare ad Arezzo circa 15 kg di hashish e marijuana a fronte di circa 50mila euro per consegna. Agli arrestati è stata contestata l'ipotesi di traffico internazionale di sostanze stupefacenti.

5. Agosto 2012, operazione Uomini oro 2, cinque arresti di Carabinieri e Polizia di Stato nei confronti della banda - composta da un marchigiano e quattro pugliesi - che l’8 marzo 2011 mise a segno il furto di oro a Poggio Bagnoli (AR), isolando il paese e dando l’assalto all’azienda orafa Salp di cui fu svuotato il caveau. L’operazione ha interessato anche le regioni Puglia e Marche. Nell'ambito della stessa attività di polizia erano già stati effettuati tre arresti e sei denunce nel mese di novembre 2011.

6. Novembre 2012, due malviventi hanno rapinato una ditta orafa in via XXV Aprile, nel centro di Arezzo. I rapinatori, una volta all’interno della ditta, hanno chiuso i dipendenti nella stanza, portando via tutto ciò che hanno trovato.

7. Settembre 2013, un poliziotto ha sorpreso i ladri mentre tentavano di entrargli in casa, a Badia a Ruoti, frazione del comune di Bucine (AR). Nella circostanza, il poliziotto ha esploso tre colpi in aria, altrettanti gli spari dei malviventi, che si sono dati alla fuga.

8. Marzo 2014, i Carabinieri della Compagnia di Cortona hanno tratto in arresto, per detenzione ai fini di spaccio di stupefacenti un 34enne della provincia di Napoli, una 44enne di origine francese ed un 27enne della Valdichiana, tutti residenti in Valdichiana, trovati in possesso di oltre tre etti di cocaina. Con questa operazione, risultato di mesi di indagine da parte dei Carabinieri, è stato inferto un duro colpo al fenomeno dello spaccio di cocaina nella zona tra Foiano della Chiana, Cesa, Marciano della Chiana e Lucignano. Dallo stupefacente sequestrato, che i tre avevano acquistato a Napoli, opportunamente tagliato, si potevano ricavare fino a 1300 dosi, per un valore al dettaglio di oltre 50.000 euro.

9. Giugno 2014, i Carabinieri di Firenze hanno arrestato un fiorentino di 27 anni per il tentato omicidio di un 31enne egiziano, ferito da un colpo d’arma da fuoco mentre era in Via di San Salvi. L’uomo è  stato rintracciato nella provincia di Arezzo, dove aveva cercato di rifugiarsi. I militari sono risaliti al presunto autore del tentato omicidio grazie agli elementi acquisiti nel corso del sopralluogo e alle testimonianze raccolte sul luogo del delitto. Inoltre gli investigatori del Nucleo Investigativo hanno acquisito ulteriori e più precise indicazioni circa l’autore della sparatoria, che, secondo la vittima, era un suo conoscente con il quale poco prima aveva avuto una accesa discussione per un regolamento di conti. Durante la perquisizione presso l’abitazione del fermato, oltre ad alcuni bossoli di cartucce compatibili con quelli rinvenuti sul luogo del delitto, sono stati trovati circa 450 grammi di marijuana e tutto l’occorrente per il confezionamento ed il taglio della droga.

10. Ottobre 2014, la Squadra Mobile della Questura di Perugia ha arrestato i componenti di un'organizzazione criminale specializzata nello spaccio di droga. Sono 16 le persone finite in manette, tra italiani e tunisini, delle 36 ordinanze di custodia cautelare emesse dalla procura della Repubblica di Perugia. Venti persone risultano irreperibili sul territorio nazionale. L'accusa è di associazione per delinquere finalizzata all'importazione, trasporto, raffinazione e commercio di stupefacente, in particolare cocaina ed eroina. Perugia, Arezzo (4 persone arrestate), Messina, Como, Empoli, Città di Castello e Spoleto erano le piazze italiane di spaccio più battute dall'organizzazione criminale ma gli investigatori hanno potuto accertare anche una forte ramificazione presente in Olanda, Francia e Tunisia. Nel corso dei due anni d'indagine sono stati sequestrati circa 9 chili di droga tra cocaina ed eroina.











ECOMAFIA

Nel corso della sua ultima celebrazione dell’anno giudiziario, l’ex procuratore di Firenze, Giuseppe Quattrocchi, sottolineò che:
“Il traffico di rifiuti, in Toscana, è spesso gestito da esponenti della camorra“.
Più recentemente, il 6 novembre 2013, il Procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, ha dichiarato:
“Dopo aver smaltito al Sud per vent’anni i rifiuti tossici prodotti al Nord, ora la camorra napoletana sta portando i rifiuti campani altrove, in primis in Toscana ma anche in Paesi come la Romania e la Cina. Le indagini sono in corso…Questo business si fonda inoltre su rapporti tra criminalità organizzata e massoneria“.
Il Procuratore Roberti, il 22 dicembre 2013, ribadiva il concetto durante un’intervista, rilasciata alla più importante agenzia del mondo, l’americana Associated Press.
Arriviamo ora a Carmine Schiavone. Qualcuno, di tanto in tanto, cerca di ridimensionare le dichiarazioni del pentito. A tal proposito, è opportuno rammentare che nessuno prima di lui ha descritto, in dettaglio, come i rifiuti industriali provenienti da impianti illegali nel nord siano andati a finire verso il sud. Carmine Schiavone ha segnalato che i rifiuti tossici venivano scaricati in pozzi che erano stati scavati nel processo di costruzione di strade. Ha anche fatto molti nomi e cognomi e ha parlato dei rapporti che erano stati intrattenuti dai vertici dei casalesi “con dei signori di Arezzo, Firenze, Milano e Genova...”
In particolare, durante l'audizione davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività ad esso connesse, del 7 ottobre 1997, Carmine Schiavone dichiara:

Schiavone: "...Consegno innanzitutto alla Commissione la copia di alcuni documenti, i cui originali sono già a disposizione della DNA, riguardanti, tra l'altro, le amministrazioni provinciali di Massa Carrara e di Santa Croce sull'Arno e la regione Campania; nella stessa documentazione figura l'elenco delle società e dei camion che trasportavano i rifiuti...."

Presidente: chi aveva iniziato questo traffico?

Schiavone: "L'avevano iniziato mio cugino Sandokan e Francesco Bidognetti, insieme ad un certo Cerci Gaetano, che aveva già intrattenuto rapporti con dei signori di Arezzo, Firenze, Milano e Genova;..."


Nell'atto parlamentare n. 785 della Camera Deputati – Senato della Repubblica, della XVI legislatura, seduta del 5 febbraio 2013, riguardante la discussione sui rifiuti, si legge:

"Le dichiarazioni di Domenico Bidognetti:
(...) Il collaboratore di giustizia, in sede di interrogatorio del 8 ottobre 2007, riferiva in ordine alla costituzione, per volontà di Francesco Bidognetti, alla fine degli anni ’80 della società Ecologia ’89 di Cerci Gaetano (designato come prestanome di Cicciotto è mezzanotte). Quella società segna l’inizio dell’impegno del clan nell’affare dei rifiuti. La società fungeva da intermediaria tra gli imprenditori del nord Italia, produttori di rifiuti e alcuni gestori campani di discariche, tra i quali Gaetano Vassallo da Cesa e Cipriano Chianese da Parete, entrambi titolari di sversatoi 'autorizzati' ubicati in Giugliano (i più grandi imprenditori del settore). L’attività programmata dal prestanome di Bidognetti incrociava l’interesse degli industriali a smaltire i rifiuti a costi contenuti con quello del clan di ricevere una tangente, compresa nel costo dello smaltimento abusivo. Ecologia 89 », società gestita da Cerci Gaetano per conto della famiglia Bidognetti, ma sostanzialmente creata dall’Avvocato Chianese Cipriano i rapporti con le aziende del nord erano tenuti da Chianese, attraverso Toninelli e da Cerci, attraverso Cannavale e Fornaciari; nell’ultimo periodo – 1993, 1994, il Cerci cercò di individuare un nuovo canale attraverso Gelli Licio;..."

Come si è visto, i rifiuti di mezza Italia, sono confluiti nella "Terra dei fuochi" attraverso la Ecologia 89, l'Ecotrasp, la Setri, la Cicagel, la Novambiente, società controllate direttamente dalla camorra, attraverso Francesco Bidognetti, Vincenzo Zagaria, Antonio Iovine, Giuseppe Diana, Francesco Di Puorto, o da imprenditori in odor di camorra, come Cipriano Chianese e lo stesso Gaetano Vassallo. Traffici che fruttavano montagne di soldi.
I primi verbali di Gaetano Vassallo raccontano una storia già nota, ricostruita quindici anni fa dai carabinieri del Nucleo operativo dei carabinieri di Napoli nell'inchiesta denominata Adelphi, nel corso della quale, furono accertati rapporti tra camorristi, ecomafiosi e "fratelli" di due logge massoniche del centro-nord. In particolare, fu scoperto che una delle società della holding, la Ecologia 89, aveva rapporti stabili con Licio Gelli, la cui villa a Castiglion Fibocchi fu perquisita la mattina del 30 marzo 1993. Gli investigatori ricostruirono il reticolo di interessi e di coperture, anche istituzionali, che avevano consentito al gruppo di operare indisturbato nel settore dello smaltimento illecito dei rifiuti, urbani e industriali.
Il 7 aprile 2008, Gaetano Vassallo, per vent'anni uno degli strateghi dello smaltimento dei rifiuti tra Napoli e Caserta, arrestato tre volte e sempre assolto, amico e complice di camorristi ma sempre scagionato, raccontò ai magistrati della Dda di Napoli con chi aveva gestito discariche, trasporto e smaltimento di scorie tossiche, rapporti di affari con camorristi e imprenditori. Il collaboratore di giustizia, parlò delle origini dell'affare rifiuti, dei suoi rapporti con Gaetano Cerci (come già detto, parente di Bidognetti, uomo legato a Licio Gelli e alla massoneria toscana e ligure) e con l'avvocato Cipriano Chianese. In particolare, Vassallo dichiarò:

“Gaetano Cerci andava a casa di Licio Gelli, mi spiegò che Gelli era un procacciatore di imprenditori del nord che potevano inviarci i rifiuti".

Gli episodi salienti:
1. Giugno 2008, indagine dei Carabinieri del Nucleo tutela ambiente di Roma. Una ramificata catena delinquenziale, una filiera che porta i rifiuti tossici dal Nord al Sud. Negli ultimi anni - racconta il tenente colonnello Antonio Menga, comandante della task force ambientale - si hanno esempi di filiere all’opera". Lo stesso colonnello dell’Arma prende come esempio l’operazione Re Mida, coordinata da due magistrati napoletani, che è andata avanti per alcuni anni e ha dato il via poi a diverse sottoinchieste, "che hanno fatto scoprire un vero e proprio traffico di fanghi industriali che dalla Lombardia, passando dalla Valdichiana, andava fino alle province di Napoli e Caserta". Il colonnello dei Carabinieri racconta che "Tir carichi di fanghi e di altri rifiuti industriali viaggiavano lungo l’autostrada del Sole. Gli autisti avevano le autorizzazioni, ma sapevano bene di partecipare a una grande truffa. Prima tappa, in Valdichiana aretina in un impianto autorizzato per il primo trattamento dei fanghi. I Tir entravano, parcheggiavano e ne uscivano un’ora dopo, senza svuotare il carico, ma con nuovi documenti di accompagnamento fasulli, che certificavano come i fanghi erano stati resi inerti, ma con il trattamento solo sulla carta. Poi la corsa nel Lazio, dove cambiava la bolla, con i rifiuti diventati compost, cioè terriccio fertilizzante, pronti per essere trasportati all’ultima tappa, in Campania". Nell’ambito dell’inchiesta richiamata dal colonnello i Carabinieri di Cortona arrestarono il titolare di un impianto di compostaggio e raccolta di rifiuti speciali pericolosi nel territorio del comune di Marciano, in provincia di Arezzo. L’azienda operava da anni in Valdichiana con regolare permesso. Secondo i carabinieri l’imprenditore avrebbe fatto parte di una vasta organizzazione a livello nazionale, un giro miliardario, che raccoglieva e smaltiva rifiuti speciali tossici pericolosi.




2. Luglio 2010, i veleni di Gricignano (CE) smaltiti al Nord e in Toscana. Nell'ambito di un'inchiesta del Nucleo Operativo Ecologico dell'arma dei Carabinieri, sono stati sequestrati cinque impianti di smaltimento e discariche di rifiuti in quattro province italiane. Durante questa maxi-operazione contro il traffico e lo smaltimento irregolare di rifiuti speciali pericolosi, che ha riguardato anche Frosinone, Caserta e Pistoia sono stati effettuati 14 arresti di gestori di impianti fuori norma. Ai rifiuti speciali pericolosi, veniva attribuito il codice di ''non pericolosi'' trattandoli come semplici rifiuti speciali con costi decisamente più bassi e incassando la differenza degli introiti. Un metodo illegale messo in pratica, secondo gli investigatori, da alcuni anni. I gestori di impianti e discariche finiti in carcere sono delle provincie di Foggia, Napoli, Caserta, Macerata, Arezzo (Monterchi), Pistoia, Prato (discarica del Cassero, in località Cantagrillo), Viterbo e Frosinone.






















REATI AMBIENTALI
La situazione di Arezzo, con il passare degli anni, non è migliorata. In base al rapporto Ecomafie 2014 di Legambiente, Arezzo è prima in Toscana per infrazioni nel ciclo dei rifiuti.
La Toscana è sesta in Italia per illegalità ambientale, e figura tra le regioni maggiormente colpite, subito dopo quelle a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Calabria, Sicilia e Puglia), e il Lazio. “Dalle evidenze investigative – si legge nel rapporto Ecomafia 2014 – notiamo che come la Toscana sia stata e sia ancora un territorio di transito di flussi illeciti di rifiuti, smaltiti illecitamente o reimmessi nel mercato parallelo del riuso e riciclo”. Arezzo è la provincia col numero più alto di infrazioni accertate, ben 76, seguita da Firenze (72, Siena (67) e Prato (50).

Gli episodi salienti:

1. Ottobre 2005, una discarica abusiva alle porte di Arezzo. Decine di tonnellate di rifiuti pericolosi nascosti sotto terra, coperti da un cumulo di vecchi pneumatici. Cavi elettrici, pannelli in poliuretano, laterizi, tubi in polietilene, scarti di stoffe, e ancora centinaia di altri copertoni, di autotreni e di camion: quando gli uomini della Forestale hanno messo in azione la ruspa cingolata, da quelle fosse è venuto fuori di tutto. Per adesso, questi primi scavi hanno permesso di recuperare alcune tonnellate di rifiuti: ma sotto ce ne sono ancora di più, si ipotizzano decine di tonnellate. L'area del ritrovamento è vasta, 2.200 metri quadri alla periferia di Arezzo. Il proprietario del terreno è già noto alla Forestale: lo scorso settembre gli uomini dell'unità operativa di Arezzo avevano fatto un sopralluogo sulla sua proprietà, attirati da un grosso cumulo di vecchie ruote da camion, ormai logore, abbandonate nel campo da lungo tempo. L'uomo, un aretino di 57 anni, proprietario del fondo e legale rappresentante di un'impresa di trasporti, era stato denunciato per abbandono di rifiuti speciali non pericolosi, e il terreno messo sotto sequestro. Durante i sopralluoghi, però, i forestali si erano insospettiti: sotto quel cumulo di ruote, la terra cedeva, c'erano ristagni d' acqua, pozze varie. Segno che sotto, quasi sicuramente, c'era ben altro. Su delega dell' autorità giudiziaria, gli agenti hanno dunque cominciato a scavare: grazie a un escavatore cingolato hanno aperto tre fosse, e hanno scoperto la discarica abusiva interrata. Per lo più materiali provenienti da demolizioni edili, ritagli di stoffe e filati di industrie tessili e altri materiali ancora da identificare. Il proprietario del terreno è stato nuovamente denunciato, ma stavolta il reato ipotizzato è molto più grave: discarica abusiva di rifiuti pericolosi e non.

2. Agosto 2008, gli agenti del Comando Stazione di Subbiano (AR) del Corpo forestale dello Stato, durante un servizio di controllo del territorio, hanno constatato che in un terreno del Comune di Castel Focognano (AR) erano stati interrati ingenti quantitativi di liquami provenienti da fosse settiche. Il Tribunale di Arezzo ha disposto l'interdizione per due mesi dall'esercizio della propria attività per il titolare di una ditta di autospurghi, responsabile dello smaltimento abusivo e dell'omessa bonifica dei rifiuti. Lo scorso febbraio infatti l'imprenditore era stato colto in flagrante mentre scaricava liquami da un'autocisterna nel proprio appezzamento di circa 1.000 metri quadri, trasformato da tempo in una sorta di discarica abusiva di rifiuti speciali provenienti dallo svuotamento delle fosse settiche. Durante i controlli effettuati è emerso che la ditta non aveva ottemperato alla conseguente ordinanza del Comune di Castel Focognano, che disponeva il corretto smaltimento dei rifiuti e la messa in ripristino dei luoghi. Piuttosto, i sigilli apposti a seguito del sequestro preventivo dell'area, erano stati violati per interrare i rifiuti e il terreno in seguito era stato arato per nasconderli al meglio.

3. Novembre 2009, gli agenti del Nucleo Operativo Speciale di Pieve Santo Stefano (AR) del Corpo forestale dello Stato, in collaborazione con il personale dell'Ufficio Territoriale per la Biodiversità, hanno denunciato alla Procura della Repubblica di Arezzo un cinquantenne della provincia di Forlì-Cesena. L'uomo, titolare di una ditta di autotrasporti, svolgeva infatti l'attività di gestione di rifiuti senza alcuna autorizzazione. Nel corso di un controllo su strada, i Forestali avevano fermato un autocarro che trasportava più di due tonnellate di materiale composto da una miscela di asfalto a base di bitume, proveniente dal disfacimento di un manto stradale. Già dai primi controlli erano emerse irregolarità nei documenti, infatti il formulario che per legge accompagna qualunque carico di rifiuti era risultato compilato in maniera irregolare. Per tale illecito all'autista del camion era stata contestata una sanzione amministrativa di poco più di 3.000 euro. In seguito a ulteriori approfondimenti delle indagini è risultato poi che la ditta proprietaria dell'autocarro non era iscritta all'Albo dei Gestori Ambientali e quindi non avrebbe potuto svolgere l'attività di trasporto di rifiuti. Il titolare della ditta è stato quindi denunciato per attività di gestione di rifiuti non autorizzata.

4. Novembre 2009, la Guardia di Finanza di Arezzo ha sequestrato 70.000 mq di terreno nei pressi di Camucia (AR). Sul luogo vi è un opificio industriale, adesso abbandonato, dove in passato si producevano laterizi. Le fiamme gialle hanno rinvenuto all'interno dell'edificio, anch'esso sottoposto a sequestro, una fornace in disuso e numerosi cumuli di rifiuti speciali, pericolosi e non pericolosi, tra i quali materiale edile, ferroso e plastico, pneumatici in disuso e batterie d'auto esauste. Accertata la presenza di una notevole quantità di eternit sul terreno circostante, appartenente alla copertura dello stabilimento. Tale materiale arreca un grave danno ambientale, causato in primis dall'amianto, di cui l'eternit è composto, il quale deve essere necessariamente smaltito secondo specifiche procedure. Se esposto ad agenti atmosferici, come nel caso dell'edificio di Camucia, l'amianto causa effetti nocivi alla salute pubblica, dovuti anche alle infiltrazioni della sostanza nel terreno. Il proprietario della struttura, un rappresentante di una società costruttrice di laterizi, è stato denunciato alla locale Procura della Repubblica. In attesa i risultati dell'Arpat (Agenzia Regionale Protezione Ambientale Toscana) per accertamenti sul livello di inquinamento del terreno.

5. Dicembre 2009, operazione Perseo, gli uomini del Corpo forestale dello Stato hanno individuato un'attività illecita delle norme che regolano la gestione dei rifiuti da parte dell'azienda Chimet di Civitella in Val di Chiana (AR). Il responsabile della società e altre sei persone sono state denunciate per disastro ambientale e per vari reati tra i quali contaminazione dei terreni agricoli, abuso e omissione di atti d'ufficio. Gli accertamenti svolti dalla Forestale all'interno e all'esterno del noto impianto di smaltimento dell'aretino, hanno infatti evidenziato l'incenerimento di rifiuti pericolosi e non con un'autorizzazione nulla in quanto priva della necessaria Valutazione di Impatto Ambientale e soprattutto provocando l'emissione di fumi contenenti diossine e furani, monossido di carbonio e biossido di azoto in concentrazione superiore a quella prevista dalla normativa. Nel mese di luglio 2014 c'è stata la sentenza che ha assolto il titolare dell'azienda per disastro ambientale e per una gran parte dei reati minori, per l'esattezza dieci, mentre è stato condannato per tre capi di imputazione e prescritto per altri nove.

6. Gennaio 2010, gli agenti del Comando Stazione di Bibbiena (AR) del Corpo forestale dello Stato, hanno denunciato alla Procura della Repubblica di Arezzo, il titolare di un'impresa edile, per smaltimento illecito di rifiuti e per abuso edilizio. L'indagine è scaturita da un controllo effettuato dai Forestali sulla regolarità di tre fabbricati in legno, con parti in cemento, realizzati in località Valiana nel Comune di Pratovecchio (AR) su un terreno agricolo di proprietà dell'imprenditore indagato. Dalle indagini svolte presso l'Ufficio tecnico comunale è risultato che i tre fabbricati, adibiti a rimessa per macchine e attrezzi, erano stati costruiti in assenza di qualsiasi autorizzazione. Durante i sopralluoghi nell'area oggetto di abuso edilizio, i Forestali hanno inoltre accertato che in una scarpata poco distante dai fabbricati era stata scaricata e interrata una notevole quantità di calcinacci provenienti da cantieri edili. Oltre al deferimento all'Autorità Giudiziaria del responsabile degli illeciti, gli agenti del Corpo forestale dello Stato, hanno subito provveduto a porre sotto sequestro l'intera area oggetto del reato.

7. Gennaio 2011, il Nucleo Operativo Speciale del Comando Provinciale di Arezzo del Corpo forestale dello Stato ha scoperto e sequestrato 30 camion e furgoni carichi di rifiuti speciali. Alla periferia di Arezzo, all'interno di un terreno recintato di proprietà di un noto istituto di vigilanza privata, gli uomini della forestale hanno notato numerosi mezzi di trasporto, alcuni dei quali presentavano i portelloni semiaperti. Insospettiti, i Forestali hanno ispezionato l'area, scoprendo che all'interno di questi automezzi, fermi da anni, erano occultati rifiuti speciali di vario genere, anche pericolosi, come parti di computer e materiale elettronico, rottami di ferro, diluenti e solventi, olio per motore, vecchi mobili in legno e metallo, materiali isolanti, plastica e altro. Trovati anche fusti di carburante di tipo speciale per mezzi aerei, altamente infiammabile. Si tratta di uno dei depositi clandestini di rifiuti speciali più grandi mai scoperti alle porte di Arezzo. I mezzi carichi di rifiuti e tutta l'area circostante sono stati dunque posti sotto sequestro configurandosi il reato di abbandono di rifiuti.

8. Febbraio 2011, gli agenti del Comando Stazione Forestale di Loro Ciuffenna (AR) hanno denunciato alla Procura della Repubblica di Arezzo il titolare della società che gestisce la discarica nel comune di Terranuova Bracciolini (AR). Dovrà rispondere del reato di gestione di rifiuti non autorizzata e in particolare dell'immissione di percolato (appartenente alla categoria rifiuti speciali) nelle acque superficiali del vicino torrente Borro di Riofi. La vicenda risale al dicembre 2011, quando un ingente quantitativo di percolato fuoriuscito da una tubazione della discarica si era incanalato nella rete di raccolta delle acque meteoriche per poi confluire nel Borro di Riofi. Dalle indagini della Forestale è emerso che lo sversamento era stato provocato dal mancato spegnimento di una pompa adibita al riempimento delle autocisterne impiegate per smaltire il percolato di discarica. Già a Novembre del 2010, in seguito ad un altro episodio di sversamento di percolato nello stesso torrente, il Nucleo Investigativo Provinciale di Polizia Ambientale e Forestale di Arezzo aveva denunciato per emissione di odori molesti i legali rappresentanti di due ditte operanti all'interno della discarica di Podere Rota nella gestione della stessa discarica e del relativo impianto di compostaggio.

9. Aprile 2011, operazione Un passo dal cielo, il Corpo Forestale dello Stato, in località Alpe di Poti, nel comune di Arezzo, ha individuato una discarica di rifiuti tossici (solventi, vernici, bottiglie di plastica, tappi in metallo e macchinari) stoccati all'interno del vecchio stabilimento per l'imbottigliamento delle acque ''Fontemura'', abbandonato da dieci anni. Tutta la zona è stata sottoposta a sequestro. La procura ha aperto un fascicolo a carico di ignoti mentre sono in corso specifiche analisi, da parte del reparto specializzato della Forestale, per capire se le sottostanti falde acquifere, non più utilizzate a scopo di vendita, sono state contaminate e se la vicina zona sottoposta a vincolo ambientale europeo per la presenza della cosiddetta ''brughiera dell'Alpe di Poti'', è stata danneggiata.

10. Maggio 2011, gli agenti del Corpo forestale dello Stato impegnati nelle indagini sulla situazione di degrado ambientale in cui versa l'area industriale ex-Lebole di Arezzo, hanno provveduto a denunciare l'amministratore della società proprietaria alla Procura della Repubblica. L'uomo sarebbe responsabile dell'abbandono dell'ingente quantità di rifiuti scoperta dai Forestali all'esterno e all'interno dei fabbricati dello storico stabilimento industriale e dovrà rispondere di reati legati all'attività di gestione di rifiuti non autorizzata. I forestali hanno posto i sigilli all'intera area industriale, che si estende su 132.000 metri quadrati nella periferia di Arezzo. Sul posto sono state rinvenute tonnellate di rifiuti speciali, anche pericolosi, come batterie per auto, lampade al neon, fusti di carburante, materiali elettrici e elettronici, monitor con tubo catodico, diluenti e bombole di gas.

11. Giugno 2011, un piazzale-parcheggio antistante la sede di una ditta commerciale, utilizzato come deposito di apparecchiature elettriche ed elettroniche in disuso, ad Arezzo in zona Pescaiola. A scoprirlo sono stati gli agenti del Nucleo Operativo Speciale di Arezzo del Corpo forestale dello Stato che hanno posto i sigilli all'area di circa 20 metri quadrati occupata dal materiale scartato. Una montagna di rifiuti speciali e in parte pericolosi. Plastica varia, stampanti, monitor, televisori, computer, fotocopiatrici. Apparecchi abbandonati sul posto e accumulati da mesi, come si è potuto dedurre dalla vegetazione spontanea cresciuta attorno a essi. Il 60enne aretino titolare della ditta, specializzata in vendita e noleggio di macchine per ufficio, è stato segnalato all'Autorità Giudiziaria per abbandono incontrollato di rifiuti speciali.

12. Novembre 2011, due imprenditori residenti a Subbiano (AR) sono stati denunciati dagli agenti del Comando Stazione di Subbiano (AR) del Corpo forestale dello Stato per smaltimento illecito di rifiuti. In particolare, i due uomini erano rispettivamente il titolare di una ditta di movimento terra e l'amministratore dell'impresa edile che si occupava della ristrutturazione dei fabbricati industriali da cui provenivano i rifiuti. Servendosi di un escavatore, erano stati sotterrati circa 10 metri cubi di rifiuti edili tra cui lastre di fibrocemento, in un terreno all'interno del centro abitato di Subbiano, di cui l'amministratore dell'impresa aveva l'usufrutto. Tutta l'area, circa 150 metri quadrati, in cui tali rifiuti sono stati smaltiti, è stata posto sotto sequestro dai Forestali, che hanno chiesto anche la collaborazione dell'Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana (ARPAT) di Arezzo al fine di escludere la possibilità che i materiali possano contenere amianto ed essere, quindi, pericolosi per la salute pubblica.

13. Dicembre 2011, vari tipi di rifiuti, anche pericolosi, sono stati rinvenuti in località San Zeno, nel comune di Arezzo, dagli agenti del Nucleo Operativo Speciale di Arezzo del Corpo forestale dello Stato e dai Forestali in forza alla Procura. La discarica era stata adibita all'interno di un'area, di circa 1.000 metri quadrati, di proprietà di una nota azienda di telecomunicazioni e informatica del luogo, che vi aveva abbandonato alcuni rifiuti speciali e pericolosi provenienti dalla sua attività. In particolare, la Forestale ha rinvenuto circa 100 metri cubi di materiali, tra cui 64 bobine di fibra ottica fatiscenti, e rifiuti di vario genere in PVC e legno, legati alla produzione della fibra ottica tutti provenienti dalla stessa azienda. Il procuratore della ditta, già in fallimento per motivi non legati all'abbandono illecito di materiali pericolosi, è stato denunciato dalla Forestale all'Autorità Giudiziaria per abbandono e deposito incontrollato di rifiuti. L'intera area e tutto il materiale ritrovato sono stati posti sotto sequestro.

14. Dicembre 2011, circa 50 metri cubi di rifiuti speciali abbandonati sono stati ritrovati dagli agenti del Nucleo Operativo Speciale del Comando Provinciale di Arezzo del Corpo forestale dello Stato. La discarica abusiva si trovava nella frazione Palazzo del Pero, del comune di Arezzo, e in essa erano stati abbandonati illegalmente soprattutto imballaggi di cartone e carene per motocicli in vetroresina. Dalle indagini è emerso che l'area adibita a discarica, situata in prossimità di una carrozzeria per auto, era di proprietà della ditta stessa, che la utilizzava per scaricarvi i rifiuti provenienti dalla sua attività. L'amministratore della ditta, un uomo originario di Arezzo, è stato denunciato all'Autorità Giudiziaria per aver costituito un deposito incontrollato di rifiuti speciali. La Forestale ha posto sotto sequestro l'intera area adibita a discarica.

15. Febbraio 2012, un camionista di origine marocchina, residente a Firenze, è stato denunciato all'Autorità Giudiziaria dagli agenti del Comando Stazione di Subbiano (AR) del Corpo forestale dello Stato per gestione non autorizzata di rifiuti. I Forestali hanno ispezionato il mezzo di proprietà dello stesso uomo durante un normale controllo sul trasporto dei rifiuti in località Fighille nel comune di Capolona (AR) e all'interno di esso hanno rinvenuto alcuni quintali di materiali metallici, tra cui ringhiere, armadietti, fusti e cavi elettrici rivestiti. L'autotrasportatore stava trasportando il materiale illegalmente senza essere iscritto all'Albo Nazionale dei Gestori Ambientali e senza essere, quindi, in possesso del permesso necessario. L'uomo è stato denunciato e il suo camion è stato posto sotto sequestro dalla Forestale.

16. Ottobre 2012, sequestrata, dal personale del Nucleo Operativo Speciale e dal Gruppo Investigativo del Comando Provinciale della Forestale di Arezzo, l'area di uno stabilimento industriale per deposito incontrollato di rifiuti sito a Pieve al Toppo, in provincia di Arezzo. Gli agenti hanno accertato la presenza di un grosso cumulo di materiale depositato in un campo all'interno dell'area dello stabilimento industriale locale. Si tratta di circa 600 metri cubi di scarti provenienti da lavorazioni legnose trattate e non, la cui detenzione configura una gestione illecita di rifiuti speciali. Il quantitativo superava, infatti, di circa venti volte il massimo consentito dalla legge, per il quale la legislazione vigente concede, per lo smaltimento, un anno al massimo, mentre per quantitativi superiori il limite per lo smaltimento è di novanta giorni. Dall'esame del materiale e da un sommario controllo dei documenti è emerso che nessuno dei parametri previsti era stato rispettato, il cumulo era quindi un vero e proprio deposito incontrollato di rifiuti derivante da una gestione illecita. La zona è stata, quindi, immediatamente sequestrata, così come disposto dalla competente Autorità Giudiziaria.

17. Ottobre 2012, nell’ambito delle attività di controllo sul traffico dei rifiuti, il Nucleo operativo speciale di Arezzo del Corpo Forestale dello Stato, ha svolto dei servizi di polizia stradale nelle tratte utilizzate dai trafficanti al fine di intercettare quei carichi illegali che si spostano utilizzando una viabilità secondaria lontana dalle principali arterie di comunicazione per eludere i controlli e raggiungere così più agilmente i luoghi della compravendita. Gli uomini del NOS hanno intercettato 3 camion, meglio noti alla cronaca come “carrette del ferro” dove alla guida vi erano dei cittadini stranieri che stavano portando dei rifiuti speciali costituiti da ferro e acciaio verso i principali centri di raccolta della provincia di Arezzo. Questa attività illecita nasconde una notevole circolazione di denaro contante, basti pensare che ognuno di questi vettori, in un solo giorno può arrivare a guadagnare anche tra i 2000 e 3000 euro netti, e senza spese, senza tasse, tutto al nero ovviamente. Il fatturato in un solo mese in alcuni casi si avvicina anche a 9000 euro al mese. Per loro quindi oltre al sequestro penale dei camion e dei carichi anche una denuncia all’Autorità Giudiziaria per gestione illecita di rifiuti in assenza delle prescritte autorizzazioni.

18. Gennaio 2013, una discarica abusiva è stata sequestrata dagli agenti del nucleo operativo della Forestale di Arezzo. Sul posto è stata rinvenuta una notevole quantità di rifiuti, circa 150 metri cubi. Gli stessi rifiuti abbandonati erano stati portati dal vento verso le strade e le case circostanti, causando un notevole degrado dell'ambiente. Denunciate alla Procura della Repubblica quattro persone, legali rappresentanti del centro commerciale che dovranno rispondere di abbandono incontrollato di rifiuti speciali non pericolosi.

19. Gennaio 2013, un giro illecito di smaltimento di rifiuti, discariche abusive e aziende non autorizzate, gestite attraverso prestanome. Quattro imprese sono state sequestrate e 48 persone sono state indagate a vario titolo. L’operazione è stata condotta dai Carabinieri di Zavattarello, di Varzi e dai militari del Noe, il Nucleo operativo ecologico di Bologna. Dal giudice per le indagini preliminari del capoluogo emiliano è arrivata l’ordinanza di custodia cautelare, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. Due si trovavano a Cesenatico, una in provincia di Ravenna ed una ad Arezzo. Secondo gli investigatori tramite queste ditte venivano gestite abusivamente, senza autorizzazioni, grandi quantità di scarti derivati dalla lavorazione di cavi elettrici dismessi, che erano stati falsamente dichiarati materie prime seconde (cioè scarti delle materie prime prese direttamente negli stabilimenti di produzione). Questi scarti venivano poi sottoposti ad altre lavorazioni per recuperare rame e alluminio al fine di ottenere granulato plastico destinato alla produzione di isolanti termici e acustici per l’edilizia. Queste operazioni hanno creato un gran numero di rifiuti, per cui a Cesenatico e ad Alfonsine si erano create tre vere e proprie discariche abusive. Con costi che ricadono sulle amministrazioni comunali coinvolte. Le accuse nei confronti del 49enne sono associazione per delinquere e attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti speciali, falsità in registri e notificazioni, ma anche gestione illecita, deposito incontrollato, discarica abusiva e miscelazione di rifiuti speciali.

20. Febbraio 2013, un imprenditore è stato denunciato dalla Forestale in provincia di Arezzo per aver depositato un'ingente quantità di rifiuti pericolosi all'esterno di uno stabilimento industriale e su un'altra area vicina. Da una prima indagine effettuata dal Nucleo Investigativo Provinciale di Polizia Ambientale e Forestale (NIPAF) di Arezzo è stata riscontrata la presenza di una notevole quantità di rifiuti speciali pericolosi e non, come il poliuretano espanso, lana di roccia, materiale plastico, ceneri e cartoni, depositati sul piazzale antistante uno stabilimento industriale nel comune di Pratovecchio (AR). In seguito ad un secondo controllo, il personale intervenuto ha ispezionato un'area di circa 2.500 metri quadrati, situata a pochi chilometri di distanza dallo stabilimento, sulla quale erano stati abbandonati rifiuti speciali pericolosi come 40 fusti metallici contenenti residui di oli e idrocarburi, traversine ferroviarie in cemento, rottami metallici, batterie al piombo, materiale plastico, poliuretano e lana di roccia. La quantità totale di rifiuti, depositati in modo irregolare, rinvenuti dalla Forestale in entrambe le aree ammonta a circa 1.000 metri cubi. Entrambe le zone ispezionate sono state poste sotto sequestro penale, mentre il presunto responsabile è stato denunciato alla Procura della Repubblica di Arezzo per il reato di deposito incontrollato di rifiuti speciali pericolosi.

21. Febbraio 2013, nell'ambito dell'operazione Vesper finalizzata al contrasto del traffico illecito di rifiuti in provincia di Arezzo sono state fermate alcune ''carrette'' del ferro. Il primo a essere controllato è stato un macedone, con precedenti in materia, trovato a trasportare rifiuti speciali metallici di varia natura, senza autorizzazione peraltro con veicolo sottoposto a fermo fiscale. L'uomo è stato denunciato. Il conducente del mezzo di una ditta edile aretina è stato fermato mentre stava trasportando rifiuti metallici di varia natura sprovvista di regolare documentazione, sono scattate denuncia e ammenda. Nel pomeriggio il Nos è stato chiamato dal comando stazione dei carabinieri di Bucine per un controllo congiunto in corso nei confronti di due marocchini fermati dall'Arma mentre stavano trasportando rifiuti speciali ferrosi verso un centro di recupero della zona. I controlli incrociati e sinergici fra carabinieri e corpo forestale dello Stato hanno consentito di accertare una irregolarità molto complessa che si celava dietro ad un titolo autorizzativo apparentemente perfetto. Anche per loro denuncia e ammenda. Marzo 2013, ad Ambra nel comune di Bucine (AR), il Nucleo Investigativo di Polizia Ambientale e Forestale e il Corpo Forestale dello Stato di Arezzo hanno posto sotto sequestro l'intero impianto della ex-Toscana Tabacchi. Si tratta di un'area di 37.000 metri quadrati, dove è stata accertata la presenza di migliaia di metri cubi di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi, abbandonati sia all'interno delle strutture dell'impianto che nelle aree limitrofe, direttamente sul suolo. Tra questi materiali amianto in via di disgregazione dovuto alla rottura di coperture in eternit, bidoni di acido, soda caustica, materiali oleosi e derivanti dalla raffinazione del greggio, imballaggi contaminati da sostanze infiammabili e altamente volatili, fanghi industriali e altre sostanze tossiche derivanti dal ciclo industriale. Tra i rifiuti speciali non pericolosi, sono state rinvenute tonnellate di materiali isolanti, plastiche, lana di vetro, imballaggi di varia natura. All'interno dell'impianto sono stati inoltre rinvenuti tonnellate di rifiuti costituiti da apparecchiature elettroniche ed elettriche fuori uso, carta e cartone, campioni di laboratorio e 10.000 chilogrammi di sottoprodotti del tabacco. E' stata anche rilevata la presenza di numerosi pozzi a cielo aperto incustoditi e coperti dalla vegetazione.

22. Marzo 2013, durante una normale perlustrazione di controllo del territorio nella provincia di Arezzo, il personale del Comando Stazione Forestale di Monte San Savino aveva rilevato su due campi un ingente quantitativo, circa 200 metri cubi, di materiale ferroso di varia natura: stufe, motori, biciclette, vecchi elettrodomestici, ciclomotori, tubi in ferro ed altro. Immediatamente è stata intrapresa un'indagine finalizzata ad individuare i proprietari delle aree ed i gestori dei rifiuti ivi depositati. Così si è scoperto di come due persone, marito e moglie, avessero organizzato una vera e propria attività di gestione dei rifiuti con raccolta, stoccaggio e consegna a commercianti autorizzati, in maniera del tutto abusiva. Senza alcun genere di autorizzazione le due persone, dal 2011 al marzo 2013, avevano trasferito e venduto presso centri di raccolta autorizzati oltre 130 tonnellate di materiale ferroso, quantitativo difficilmente motivabile con normali attività domestiche, che aveva fruttato ai due denunciati un giro d'affari di oltre 30.000 euro. Nei confronti dei due coniugi è scattata la denuncia per gestione di rifiuti non autorizzata. I Forestali hanno posto sotto sequestro, oltre ai campi già menzionati, anche un'autorimessa anch'essa ripiena di materiale ferroso di natura varia.

23. Marzo 2013, il Nucleo Operativo Speciale (NOS) di Arezzo insieme al Comando Stazione Forestale di Montevarchi ha sequestrato parte di un'area di uno fra gli stabilimenti industriali e commerciali più importanti del Valdarno aretino. Durante una serie di accertamenti finalizzati al rispetto delle normative in tema d'ambiente, il personale della Forestale, dopo aver notato del materiale abbandonato dietro un prefabbricato, ha eseguito specifici controlli all'interno dello stabilimento. Nella parte posteriore dell'edificio sono stati rinvenuti 70 metri cubi di calcinacci, gomme, ferro, plastica, apparecchiature elettriche ed elettroniche fuori uso, imballaggi, tubi e altri rifiuti depositati direttamente sul suolo. Il titolare della ditta, un imprenditore aretino, ha dichiarato agli agenti che il materiale non proveniva da alcun ciclo produttivo, ma da attività edili svolte "porta a porta" per installazioni e interventi manutentivi di piccola e media entità. La Forestale dopo aver effettuato controlli presso l'Albo Nazionale Gestori Ambientali ha riscontrato che la società era sprovvista di qualsiasi titolo autorizzativo per la raccolta, il trasporto e lo stoccaggio di rifiuti. L'area è stata sequestrata e il titolare dell'impresa, denunciato alla competente Autorità Giudiziaria per gestione illecita e deposito incontrollato di rifiuti speciali non pericolosi.

24. Marzo 2013, due imprenditori sono stati denunciati dalla Forestale, in seguito a una serie di controlli effettuati all'interno di un'industria meccanica operante nel comune di Poppi (AR). Il personale del Nucleo Investigativo di Polizia Ambientale e Forestale (NIPAF) di Arezzo ha riscontrato che le acque reflue provenienti dal ciclo industriale, contenenti sostanze pericolose, anziché essere convogliate nelle apposite cisterne di raccolta venivano sversate direttamente sul terreno circostante le cisterne stesse. Alcuni campioni del terreno contaminato sono stati prelevati dall'Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana (ARPAT) che provvederà ad analizzarli per individuare la qualità e la quantità delle sostanze nocive presenti. Dai controlli effettuati è emersa inoltre la presenza di numerosi cumuli di rifiuti speciali pericolosi e non, sia all'interno che all'esterno dei capannoni industriali. In particolare si tratta di oltre 300 metri cubi di materiali di vario genere tra cui sabbia, traversine ferroviarie, secchi di sostanze chimiche corrosive e di vernice, pneumatici, onduline e materiali plastici. I cumuli di rifiuti e l'area su cui venivano sversate le acque reflue industriali sono stati posti sotto sequestro, mentre il titolare della fabbrica e il responsabile della società proprietaria del terreno dove sorge lo stabilimento, sono stati denunciati alla Procura della Repubblica di Arezzo per scarico non autorizzato di acque reflue industriali contenenti sostanze pericolose e abbandono di rifiuti speciali pericolosi.

25. Aprile 2013, il personale del Comando Stazione Forestale di Monte San Savino (AR) ha condotto un'indagine su un caso di gestione non autorizzata di rifiuti, culminata con la segnalazione di un operaio cinquantottenne all'Autorità Giudiziaria. Inizialmente gli agenti avevano riscontrato la presenza, in un piccolo piazzale alle porte di Monte San Savino, di alcune caldaie che erano state smontate per recuperare gli elementi in rame presenti al loro interno. Dopo avere provveduto a sequestrare il materiale rinvenuto i Forestali hanno immediatamente avviato un'indagine, dalla quale è emerso che l'operaio gestiva un vero e proprio commercio abusivo di rifiuti, che venivano accumulati, smontati e rivenduti distinti per materiale. E' stato accertato che solo negli ultimi due anni l'operaio aveva commercializzato 733 quintali di materiale metallico di varia natura, per un importo stimato di 24.000 euro. L'indagine svolta dagli agenti della Forestale ha portato anche a scoprire che i rifiuti metallici venivano stoccati non solo nel piazzale sequestrato, ma anche in una rimessa a qualche chilometro di distanza. All'interno di tale rimessa, perquisita su delega dell' Autorità Giudiziaria, era presente altro materiale ferroso di varia natura, che è stato immediatamente sequestrato. Oltre a svolgere l'attività in maniera completamente abusiva, la persona segnalata rischiava anche di nuocere a se stesso e all'ambiente, in quanto tra i materiali sequestrati sono stati rinvenuti gruppi refrigeranti di condizionatori d'aria, classificati come "rifiuti pericolosi" a causa dei gas contenuti al loro interno.

26. Aprile 2013, grazie alla segnalazione, apparsa sulla stampa locale, di abbandono di rifiuti nel versante a valle della vecchia discarica del comune di San Giovanni Valdarno (AR), lungo la via provinciale di Santa Lucia, gli operatori della sede di San Giovanni Valdarno del Dipartimento ARPAT di Arezzo hanno effettuato un sopralluogo per verificare lo stato dei luoghi. In effetti nella zona è stato rinvenuto un consistente accumulo di rifiuti di varia natura, soprattutto ingombranti. Si è quindi provveduto a individuare le coordinate della zona in cui insiste la discarica abusiva per trasmetterle al comune di San Giovanni Valdarno al quale, una volta individuata la proprietà del terreno, sarà proposta l'emissione di un'ordinanza urgente per la rimozione dei rifiuti.

27. Maggio 2013, la Forestale ha denunciato i gestori di una discarica dell'aretino per il mancato rispetto delle prescrizioni dell'Autorizzazione Integrata Ambientale e per la conseguente emissione di odori molesti. Il personale del Nucleo Investigativo Provinciale di Polizia Ambientale e Forestale (NIPAF) di Arezzo ha effettuato un controllo nel comune di Terranuova Bracciolini (AR) presso una discarica per rifiuti non pericolosi. Nel corso del sopralluogo, eseguito in collaborazione con l'ARPAT di Valdarno, è emerso che gli operatori della discarica non avevano provveduto in modo completo ed adeguato al ricoprimento giornaliero dei rifiuti con terra e inerti, come previsto dall'Autorizzazione Integrata Ambientale rilasciata dalla Provincia di Arezzo. I rifiuti in parte emergevano dal terreno di ricopertura, distribuito in maniera insufficiente, oppure si presentavano del tutto scoperti, per altezze variabili. Risultava scoperta, in particolare, la base delle scarpate dei rifiuti, dove si notavano anche ristagni di percolato, con fenomeni evidenti di fermentazione in atto ed emissioni di odori nauseabondi. Per i due responsabili dell'impianto è scattata la denuncia alla Procura della Repubblica di Arezzo per il mancato rispetto delle prescrizioni dell'Autorizzazione Integrata Ambientale e l'emissione di odori molesti.

28. Giugno 2013, il personale del Comando Stazione di Monte San Savino (AR) ha sequestrato un furgone carico di rifiuti metallici e ha denunciato alla Procura della Repubblica il conducente del mezzo per gestione illecita di rifiuti. Il carico, scoperto durante un normale controllo stradale effettuato dalla Forestale, comprendeva rifiuti metallici di vario tipo accatastati alla rinfusa i quali, probabilmente, erano destinati alla vendita a peso ed erano del tutto privi di autorizzazione. Il conducente ha esibito ai Forestali una dichiarazione di inizio attività per commercio ambulante di "chincaglierie e cianfrusaglie", cioè una licenza per esercitare la professione di rigattiere ma il materiale rinvenuto non era attinente alla professione svolta dall'uomo. Il personale della Forestale ha quindi provveduto a denunciare l'uomo alla Procura della Repubblica di Arezzo. Sono state intanto avviate le indagini per accertare la provenienza del carico che sarà custodito in un deposito giudiziario, al fine escludere la presenza di materiali rubati. Il fenomeno del commercio dei rottami rubati, in particolare quelli contenente rame, e del relativo smaltimento illecito rappresentano, infatti, una forma di concorrenza sleale per le imprese che lavorano legalmente.

29. Luglio 2013, il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Arezzo ha convalidato il sequestro, effettuato dal Nucleo Investigativo del Corpo Forestale dello Stato, di un capannone industriale che ha da qualche tempo cessato la propria attività ed è al momento in liquidazione. Nel corso di un sopralluogo svolto dal Corpo forestale dello Stato, in collaborazione con l'Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana (ARPAT) di Arezzo, erano stati rinvenuti abbandonati all'interno e all'esterno dell'opificio, che sorge nella zona industriale di S. Zeno, una notevole quantità di rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi.
All'esterno erano stati rinvenuti circa 100 metri cubi di materiale, tra cui cumuli di rifiuti cartacei completamente fradici per la pioggia, lastre di eternit intere ed a pezzi, contenitori contenenti sostanze acide, cumuli di polistirolo, tubi al neon, bombole per gas compressi vuote pancali in legno, fogli di cartone, segatura imbevuta di olio, cumuli di pezzi di plastica, pezzi di computer, stampanti, vetri, legno e altro. All'interno del capannone, avente una superficie di circa un ettaro, erano stati trovati altri rifiuti abbandonati tra i quali alcuni forni in ferro di grandi dimensioni, taniche in plastica contenenti acidi, lubrificanti e altre sostanze pericolose, sacchi di vernice, bombole di gas, plastica, cartone e altro. Accertata anche la presenza di una grande cisterna interrata contenente olio pesante, utilizzato in passato per il funzionamento del bruciatore che riscaldava i forni. Da evidenziare come i rifiuti pericolosi presenti all'interno del capannone rappresentino un potenziale pericolo di inquinamento del suolo, pericolo che è destinato ad aumentare per le infiltrazioni dal tetto di acqua piovana. E' scattato pertanto il sequestro penale preventivo dell'intero capannone industriale e dell'area esterna circostante. Un altro intervento era già stato effettuato nel dicembre del 2011 (vedasi n. 13).

30. Ottobre 2013, una discarica abusiva in un terreno utilizzato dal servizio manutenzione del Comune di Anghiari (AR), il blitz della Forestale con il sequestro dell'area e la denuncia di un dirigente comunale. Tutto inizia con la scoperta da parte del Nos di Arezzo della Forestale, insieme agli agenti del comando stazione di Anghiari, di un'area di circa mille metri quadrati, su un terreno lungo un torrente, liberamente accessibile, utilizzata dai servizi di manutenzione del Comune di Anghiari per il deposito e lo stoccaggio di materiali e rifiuti speciali, in gran parte provenienti da attività degli operai, priva di autorizzazioni. Qui gli agenti hanno trovato circa 600 metri cubi di calcinacci, laterizi, materiali lapìdei, rifiuti da demolizione, plastica, sfalci e potature in decomposizione. L'area, alla quale si accede sia attraverso un cancello, trovato aperto al momento del controllo e molte aperture nella recinzione, è in prossimità di un centro sportivo frequentato da scuole ed è stata messa sotto sequestro. Molti di questi rifiuti erano ricoperti da terreno e vegetazione, per il fatto che erano lì da tempo.

31. Novembre 2013, Chiusi della Verna (AR), cani chiusi in gabbia in una discarica abusiva di rifiuti pericolosi: così il Corpo forestale ha sequestrato l'area dell'ex miniera di Fontechiara. La gabbia con i due animali, senza microchip e lasciati tra i loro escrementi, era tra oggetti in amianto, bombole del gas, veicoli abbandonati, batterie e rottami di ferro, legno e plastica. I Forestali hanno sequestrato tutto e denunciato ignoti per maltrattamento di animali. Denunciato anche il proprietario del terreno.

32. Febbraio 2014, a causa di uno sversamento di letame effettuato da un privato cittadino nei pressi del campo pozzi Le Chiane, a Bibbiena (AR), è stata emessa l’ordinanza per la sospensione per il divieto di utilizzo ai fini alimentari dell'acqua del pubblico acquedotto.

33. Giugno 2014, a seguito di un esposto risalente al 2013, presentato alla Procura della Repubblica di Arezzo da alcuni cittadini di Quarata (AR), il personale del Corpo forestale dello Stato e dell'Arpat di Arezzo, ha individuato e sequestrato, nelle cave di Quarata (AR), 10 siti dove erano stati sepolti rifiuti speciali pericolosi e non pericolosi. Le indagini sono sono state effettuate in collaborazione con l'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Roma anche con l'ausilio di un geomagnetometro. Gli accertamenti hanno portato a eseguire alcuni sondaggi con un escavatore, dai quali è emersa la presenza di notevoli quantità di rifiuti interrati a varie profondità, in alcuni casi fino a 10 metri, appartenenti a varie tipologie: rifiuti edilizi provenienti da demolizioni quali travi e colonne di prefabbricati in cemento armato, profilati metallici in lamiera, mattoni, mattonelle, porzioni di asfalto, lastre in cemento, tubi in piombo e in plastica, fili e cavi in ferro, forassiti per impianti elettrici, lana di vetro, filtri per olio da auto, barattoli di latta di olio per auto, pneumatici, camere d'aria, taniche in plastica, parti meccaniche di autoveicoli, bombole del gas, fusti in metallo, accumulatori di batteria d'auto; rifiuti urbani quali buste in plastica, stracci, bottiglie in plastica e in vetro, barattoli; rifiuti ospedalieri quali tubi plastici per flebo e trasfusioni, contenitori per medicinali, cappucci per aghi, bottiglie contenenti capsule medicinali, fusti contenenti fanghi e idrocarburi. In alcuni casi sono riemersi differenti tipologie di fanghi colorati (rossi, bianchi e azzurri), presumibilmente provenienti da processi di lavorazione dell'industria orafa. Sono state effettuate anche altre attività scientifiche tramite l'utilizzo del Laboratorio Mobile per le Indagini Scientifiche del CFS in dotazione al Nucleo Investigativo Centrale di polizia Ambientale e Forestale (NICAF). Tali attività si sono focalizzate nella ricerca di agenti contaminanti sullo strato superficiale dei terreni indagati. A tal fine è stata impiegata per la prima volta in Italia in tale scenario la tecnica della spettrofotometria di fluorescenza a raggi X tramite strumentazione portatile. Nel corso delle operazioni è stata rilevata la presenza di numerosi agenti inquinanti pericolosi ascrivibili alla categoria dei metalli pesanti. Tutti gli Enti competenti si stanno adoperando al fine di individuare altri terreni dove vi siano rifiuti sepolti e per assumere le decisioni del caso. La vicenda delle Cave di Quarata va avanti da diversi anni. Gli abitanti della zona avevano già segnalato la presenza di idrocarburi nell'acqua, dovuti a presunti sversamenti di rifiuti in quella zona. Anche nel mese di febbraio 2010, gli agenti del Nucleo Investigativo Provinciale di Polizia Ambientale e Forestale (NIPAF) di Arezzo del Corpo forestale dello Stato avevano rilevato la presenza di idrocarburi ed elementi ad alto potenziale tossico quali cadmio, zinco, piombo, nichel e rame in quantità superiori rispetto ai limiti imposti dalla legge, in due terreni agricoli dell'aretino, in località Le Strosce e Quarata, dove viene praticata l'agricoltura biologica. In passato, queste aree erano state utilizzate come cave di inerti e successivamente impiegate per interrare abusivamente rifiuti di varia natura e provenienza. Tutto questo era stato già scoperto alcuni mesi prima, nel corso delle indagini che il Corpo forestale dello Stato stava conducendo, su delega della Procura della Repubblica di Arezzo, in una zona denominata "triangolo delle cave". Dai terreni erano emersi materiali provenienti da attività edilizia, bombole a gas, batterie esauste e altri rifiuti speciali pericolosi e non. Con l'aiuto di un escavatore era stato possibile sondare il terreno e proprio il colore innaturale degli strati più profondi di terreno portati in superficie ha insospettito gli agenti del NIPAF inducendoli a far analizzare alcuni campioni del suolo. Le analisi, eseguite dall'Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della Toscana (ARPAT) di Arezzo, anche in quell'occasione avevano evidenziato la presenza di concentrazioni molto elevate di alcune sostanze dal potenziale tossico: idrocarburi presenti fino a cinque volte in più rispetto ai limiti di legge, cadmio superiore a trenta volte il limite stabilito e zinco, nichel, rame e piombo con valori pari al doppio di quelli consentiti. Sulla base dei risultati emersi dalle analisi chimiche effettuate, i proprietari dei due terreni, che all'inizio delle indagini erano stati denunciati per abbandono di rifiuti e omessa bonifica.







CONCLUSIONI

Non essendo la Toscana terra di mafia ab originis, prospettarvi fenomeni da ricondurre in qualche modo ad attecchimenti di questa natura significava, almeno fino a epoche piuttosto recenti, essere accusati di creare "inutili allarmismi". Le cose sono leggermente migliorate, però, di tanto in tanto, in alcune zone, ciò si verifica ancora.
I numeri sono importanti e parlano da soli, tuttavia, come già sottolineato in precedenza, la presenza mafiosa ad Arezzo e in Toscana resta a oggi percezione di pochi. L’opinione pubblica avverte prevalentemente i disagi provocati dal degrado urbano, dai furti, dalla prostituzione, dallo spaccio delle sostanze stupefacenti e da tutte le altre problematiche connesse ai cosiddetti reati predatori.
La criminalità organizzata ha sempre cercato di agire in modo sommerso, con i traffici illeciti e soprattutto usando la Regione come rifugio per il riciclaggio del denaro sporco, senza però puntare al controllo del territorio stesso. Le mafie, quando escono dalle loro Regioni di origine, evitano di utilizzare metodi criminali violenti, o li riducono fortemente. Lavorano “sotto traccia”, stabilendo, come abbiamo visto, anche una sorta di pax, costituendo alleanze e collaborazioni, realizzando vere e proprie holding imprenditoriali.
Questo non significa che non dobbiamo preoccuparci del fenomeno perché non ci riguarda da vicino. La mafia è affamata e distruttiva. Come abbiamo visto in precedenza, le organizzazioni criminali mirano a penetrare nelle strutture produttive, reimpiegando le cospicue disponibilità finanziarie per lucrosi investimenti nel settore degli immobili o delle attività commerciali o societarie, spesso offrendo opportunità di credito a imprenditori che, in un momento di grave crisi, hanno difficoltà a rivolgersi ai normali canali bancari, travolgendo il mercato e le regole. Imprese, ristoranti, bar, alberghi, pizzerie sono letteralmente fagocitate dalla “mafia spa”.
Abbiamo già messo in evidenza che l’infiltrazione mafiosa in Regione può vantare radici lontane, con il trasferimento dei mafiosi in soggiorno obbligato. Da ciò, intere famiglie e affiliati si trasferirono in terre floride e in qualche modo vergini, potendo così riorganizzare attività criminali, supportate da prassi con lecite coperture, utili a oliare l’articolata filiera del riciclaggio del denaro.
Un altro fattore che ha influito sulla massiccia presenza di aggregati criminali è la posizione geografica della Regione. La Toscana, con la sua collocazione centrale e strategica, con la sua ricca economia (un tempo lo era), ha finito per favorire, oltre che il normale flusso di immigrazione dal meridione, l’arrivo delle organizzazioni criminali italiane e straniere, che sono riuscite a mimetizzarsi nel tessuto sociale. Come già detto, lo scarso livello di attenzione da parte dell’opinione pubblica e non solo ha fatto il resto.
In questi ultimi anni, la Regione, di conseguenza anche Arezzo, è diventata di fatto uno dei principali crocevia sulle rotte dei traffici della criminalità organizzata.
Ci siamo, purtroppo, resi conto che la camorra è riuscita a penetrare nei cantieri degli Uffizi.
Uno dei settori più a rischio sono proprio i lavori di edilizia, sia privata sia pubblica. Abbiamo visto che queste società, in mano ai casalesi, avevano sede nel Valdarno aretino.
I sodalizi criminali sono in grado di aggiudicarsi stabilmente appalti e di acquisire concessioni. I rischi di inquinamento dell’economia legale hanno raggiunto livelli inquietanti. Il sistema appalti è un vero e proprio buco nero. La presenza di numerose stazioni appaltanti, la parcellizzazione dei contratti e il ricorso eccessivo al subappalto, rende difficile e qualche volta quasi impossibile un controllo efficace anche da parte delle stesse Forze di polizia.
Le organizzazioni mafiose hanno da molti anni deciso di puntare su questa attività. Oltretutto, utilizzando materiali scadenti o depotenziati, la “mafia spa” continua a mantenere assicurato il lavoro di manutenzione delle opere costruite.
Alla luce di questi fatti si può ben comprendere perché l’Italia è un Paese a rischio disastri.
E’ poi noto a tutti il problema del “massimo ribasso”. In troppi pensano che con proprio con l’utilizzo di questo criterio, si facciano risparmiare i cittadini, dimenticandosi però che:
1. Gli imprenditori onesti non potranno mai fare ribassi eccessivi, quindi, molti di questi saranno costretti a chiudere;
2. Nei cantieri dove lavorano le “imprese infiltrate” non sono mai rispettate le norme della sicurezza nei luoghi di lavoro;
3.Nella maggior parte dei casi sono utilizzati materiali scadenti, quindi le costruzioni sono a rischio crollo;
4.La criminalità organizzata crea consenso sociale e controlla il territorio.
Da anni si parla dei danni che produce questo sistema, ma nessuno fa nulla per cambiare. E’ necessario un immediato cambio di rotta. Nel frattempo si potrebbero applicare i protocolli di legalità per la prevenzione dei tentativi d’infiltrazione della criminalità organizzata. Con questo sistema si potrebbe almeno tentare di creare qualche ostacolo in più alle infiltrazioni mafiose in questo settore. La crisi economica ha colpito molti. Nonostante le condizioni non favorevoli, la mafia ha continuato ad arricchire sempre di più i suoi forzieri, riuscendo a sviluppare nuove strategie e spostando i suoi interessi in settori che non hanno subito flessioni importanti.
Sono tanti, purtroppo, quelli che ancora non comprendono che le mafie diventano un’insidia per la libera economia quando riescono a convertire i loro guadagni criminali in soldi puliti.
Una buona pratica è sicuramente la massima trasparenza e una stretta collaborazione con la magistratura e forze di polizia.
E’ necessario poi evitare tutti gli inutili e controproducenti tentativi di nascondere il fenomeno. L’informazione e la consapevolezza sono ottimi deterrenti.
Dobbiamo, però, essere ottimisti perché, nonostante tutte le difficoltà che debbono affrontare, la magistratura e le Forze di polizia cercano di contrastare in tutti i modi l’espansione della criminalità organizzata. E’ assolutamente indispensabile che questi non siano lasciati da soli a combattere contro la mafia.
Con un maggiore impegno da parte di tutti si potrebbero ottenere sicuramente risultati migliori.




Il Rapporto 2013 sulle presenze della mafia in Regione della Fondazione Caponnetto - definito dal presidente del Senato, Pietro Grasso “…straordinariamente innovativo nella sua capacità di analizzare le infiltrazioni mafiose…” - è stato presentato, nel mese di luglio dello scorso anno, nel salone dei dugento in Palazzo Vecchio, a Firenze. In quell'occasione, l’ex procuratore Giuseppe Quattrocchi, intervenne, esprimendo apprezzamenti per il lavoro svolto.
Le analisi contenute nel rapporto si basano su dati oggettivi costituiti dalle attività di magistrati, poliziotti, carabinieri, finanzieri, forestali e di altri organi di polizia giudiziaria.















ELENCO CLAN

CRIMINALITÀ ORGANIZZATA CALABRESE
Nr.
Clan
Provenienza
1
Anello
Fiumara di Francavilla Angitola (VV)
2
Carpino
Provincia di Catanzaro
3
Commisso
Siderno (RC)
4
Facchineri
Cittanova (RC)
4
Gallace-Novella
Giardavalle (CZ)
5
Gallico
Palmi (RC)
6
Grande Aracri
Cutro (KR)
7
Locale Caulonia
Caulonia (RC)
8
Longo
Polistena (RC)
9
Mancuso
Limbadi (VV)
10
Piromalli
Gioia Tauro (RC)
11
Priolo
Gioia Tauro (RC)



CRIMINALITÀ ORGANIZZATA CAMPANA
Nr.
Clan
Provenienza
1
Belforte
Marcianise (CE)
2
Bove-De Paola
San Giovanni a Teduccio (NA)
3
Casalesi (faz. Bidognetti)
provincia di Caserta
4
Contini
Napoli
5
Di Biasi
Quartieri Spagnoli di Napoli
6
Fabbrocino
Nola (NA)
7
Giuliano
quartiere Forcella-San Gaetano, Napoli
8
Graziano
Quindici (AV)
9
Iacomino-Birra
Ercolano (NA)
10
Iaiunese
Casal di Principe (CE)
11
Maisto
Giuliano (NA)
12
Mallardo
Giuliano in Campania (NA)
13
Mariniello
Acerra (NA)
14
Mazzarella
Napoli
15
Misso
Napoli
16
Moccia
provincia di Napoli
17
Polverino
Napoli
18
Serino
Sarno (SA)
19
Tavoletta-Cantiello
Villa Literno (CE)
20
Vallefuoco
Acerra Brusciano (NA)



CRIMINALITÀ ORGANIZZATA SICILIANA
Nr.
Clan
Provenienza
1
Cosa nostra
zona Palermo e Catania
2
Stidda
Ragusa


CRIMINALITÀ ORGANIZZATA PUGLIESE
Nr.
Clan
Provenienza
1
Zonno
provincia Bari



TOTALE 34


Documento aggiornato al 18 novembre 2014