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Omicidio aggravato dalla premeditazione e dal metodo mafioso. Due arresti

 


Comando Provinciale di Taranto - Pulsano (TA), 13/04/2026 11:17

I Carabinieri del Nucleo Investigativo del Reparto Operativo del Comando Provinciale Carabinieri di Taranto hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dall’Ufficio G.I.P. del Tribunale di Lecce su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, traendo in arresto due 57enni, pregiudicati, presunti responsabili, a vario titolo, in concorso tra loro, di omicidio aggravato dalla premeditazione e dal metodo mafioso, nonché di detenzione e porto illegale di arma comune da sparo.
L’odierna operazione rappresenta l’esito di una complessa e articolata attività investigativa, sviluppata in stretta sinergia tra la Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, la Procura della Repubblica di Taranto e il Comando Provinciale Carabinieri del capoluogo jonico.
Le complesse indagini, condotte con gravose attività tecniche e servizi di riscontro sul campo, hanno consentito di riaprire e fare piena luce su un vero e proprio “cold case”, rimasto irrisolto per oltre un decennio. I fatti risalgono al 14 ottobre del 2013, quando un imprenditore edile di Pulsano (TA) venne ucciso in un agguato armato mentre stava facendo rientro presso la propria abitazione. Nella circostanza, la vittima, mentre era a bordo della propria autovettura, era stata attinta da almeno 10 colpi di pistola cal.9, esplosi da un soggetto che, subito dopo, aveva fatto perdere le sue tracce. Un episodio che aveva profondamente scosso la comunità locale e generato un diffuso allarme sociale.
Per anni, quell’omicidio era rimasto avvolto da zone d’ombra, complice un contesto ambientale fortemente omertoso e la capacità degli autori di sottrarsi alle indagini. Oggi, grazie alla professionalità degli investigatori, accomunata alla stretta sinergia con le Autorità Giudiziarie inquirenti, è stato possibile ricostruire il gravissimo fatto di sangue, nonché delinearne il movente e attribuirne le responsabilità ai due odierni destinatari della misura cautelare, individuati quale mandante – a capo di un gruppo criminale - ed esecutore materiale, uno dei quali già ristretto in carcere, essendo stato tratto in arresto nell’ambito della recente Operazione Argan, portata a termine dallo stesso Reparto nel dicembre scorso.
Il quadro emerso restituisce con forza la natura mafiosa del delitto. Alla base dell’azione omicidiaria vi sarebbe un movente radicato in una spirale di violenza e sopraffazione: da un lato, contrasti legati all’attività lavorativa dell’impresa edile, ritenuta dal mandante inadempiente rispetto ai tempi di esecuzione dei lavori; dall’altro e soprattutto, un precedente e violento scontro che quest’ultimo aveva avuto con la vittima.
In tale occasione, il mandante – che aveva tentato un’aggressione armata in danno dell’imprenditore – sarebbe stato disarmato del coltello, sopraffatto e colpito, riportando gravi lesioni tali da rendere necessario il ricovero in ospedale. Un episodio che, nel contesto criminale di riferimento, aveva assunto un significato ben più profondo di una semplice lite: una pubblica umiliazione, una perdita di prestigio e di autorità che, secondo le logiche mafiose, non poteva restare impunita.
È proprio in questa chiave che il movente assume un rilievo centrale: quell’onta, maturata nel tempo (lo scontro era avvenuto ben 3 anni prima dell’omicidio) e alimentata dal rancore, doveva essere necessariamente “lavata”. L’omicidio si configurerebbe, così, come una azione punitiva esemplare, finalizzata a ristabilire un equilibrio criminale compromesso e a riaffermare, con la violenza, il prestigio e la capacità intimidatoria del soggetto dominante.
Le indagini hanno inoltre evidenziato come il mandante avesse pianificato con estrema cura ogni fase, predisponendo un alibi e adottando accorgimenti per eludere le investigazioni, tra cui il ricorso a un esecutore materiale selezionato anche per la sua minore riconducibilità al contesto territoriale all’area di influenza del gruppo criminale.
Il lavoro investigativo è stato reso particolarmente difficoltoso dalla sistematica capacità degli indagati di ostacolare l’accertamento della verità, attraverso comportamenti accorti, comunicazioni ambigue e il condizionamento di soggetti informati sui fatti, uno dei quali si era recato direttamente dal mandante dell’omicidio per ricevere precise istruzioni su cosa riferire agli inquirenti.
Le difficoltà dell’epoca, che avevano portato all’archiviazione del procedimento, sono state superate grazie a una accurata, meticolosa attività di riscontro che ha consentito di delineare un chiaro quadro indiziario grave, preciso e concordante, trovando un’ulteriore corroborazione anche dall’analisi di vecchie dichiarazioni rese da un collaboratore di giustizia, rivelatesi convergenti con quelle di un ulteriore soggetto a conoscenza diretta dei fatti. Così operando, gli investigatori, coordinati dall’A.G., hanno potuto ricostruire, nel tempo, una trama complessa di relazioni, comportamenti e responsabilità.
L’operazione odierna rappresenta un significativo risultato nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata e testimonia la capacità dello Stato di riaprire e risolvere anche i casi più complessi, riaffermando i principi di legalità e giustizia, anche a distanza di molti anni.
Si rappresenta, infine, che il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari e che, pertanto, nei confronti degli indagati vige il principio di presunzione di innocenza sino a eventuale sentenza definitiva di condanna. 

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