INTERROGAZIONE - LUMIA - PAX MAFIOSA - GELA

ePub Versione per la stampa Mostra rif. normativi Legislatura 17 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-07907 Atto n. 4-07907 Pubblicato il 27 luglio 2017, nella seduta n. 867 LUMIA - Al Ministro dell'interno. - Premesso che, per quanto risulta all'interrogante: Gela (Caltanissetta) è una città dalle forti tradizioni democratiche, che ha saputo reggere una profonda trasformazione avviata all'inizio degli anni '60 attraverso la scelta di Enrico Mattei di impiantare il sistema industriale di estrazione e raffinazione del petrolio con la presenza dell'Eni che ha dato, da un lato, un vasto sviluppo lavorativo, ma causando, al contempo, danni ambientali di una considerevole rilevanza. Anche nell'indotto dell'Eni sono maturate via via esperienze imprenditoriali di notevole portata, al punto che molte continuano ancor oggi a competere nel mercato nazionale ed internazionale, con grande capacità innovativa e una qualificata cultura industriale. Altri settori economici non hanno perso però la propria direzione di marcia, come il commercio, l'edilizia, l'artigianato e soprattutto l'agricoltura, producendo cultura del lavoro e sana ricchezza che ha consentito ad intere famiglie di emanciparsi e crescere economicamente e culturalmente. Le mafie hanno attraversato più volte questo cammino, inserendosi come parassiti nel tessuto economico e sociale per svuotarlo dall'interno e impedire una crescita armoniosa e priva di negazione dei diritti e di dannose ripercussioni urbanistiche ed ambientali; oggi è in corso un processo di cambiamento profondo del modello di sviluppo della città. L'Eni ha dismesso la tradizionale raffinazione e si proietta verso nuove forme di produzione ad energia più sostenibile e tutta la comunità vive in una sorta di lenta transizione di cui si vedono per adesso solo gli effetti negativi, per aver lasciato un modello di sviluppo sicuro, che comunque garantiva occupazione, reddito ed identità, rispetto ad una nuova realtà economica e sociale ancora incerta, seppur in una fase avanzata di progettazione e di prime realizzazioni, nella quale sono previsti investimenti e risorse di notevole peso finanziario, soprattutto grazie alle scelte promosse dal governo della Regione Siciliana. Anche in questa nuova stagione di passaggio per la storia della comunità gelese, le mafie provano a giocare un ruolo di primo piano, pensando di strumentalizzare le difficoltà e di provare a condizionare investimenti e opportunità; a Gela si registra tuttora un'inedita "pax mafiosa" che cerca di recuperare i tradizionali spazi collusivi, una più stretta capacità di controllo del territorio, di infiltrazioni nel sistema degli appalti e nella gestione delle risorse pubbliche, un ritorno alla gestione delle attività estorsive, un rilancio del lucroso traffico e spaccio di droga. Già nel passato, grazie alla prima pax mafiosa che venne siglata dopo i primi anni '90, Cosa nostra e "la Stidda" riuscirono a superare la grave crisi causata dalla guerra tra le consorterie mafiose vissuta tra la seconda metà degli anni '80 e l'inizio degli anni '90, che ebbe il suo culmine con la strage del 27 novembre 1990, quando caddero in un solo giorno 8 morti e ci furono 10 feriti. La cruenta contrapposizione armata tra i due storici sodalizi mafiosi causò la morte di diversi boss, capi e reggenti di Cosa nostra e della Stidda. La pax mafiosa, paradossalmente, pur facendo registrare un calo drastico degli omicidi, riuscì a creare una cappa omertosa terribile per tutta la comunità di Gela. La città fu infatti martoriata e tenuta sotto scacco da entrambe le consorterie mafiose, che con le loro attività illecite riuscirono a piegare ed imporre su tutto il territorio il loro assoluto predominio criminale. Usura e racket diventarono la normalità, così il controllo di molte delle attività economiche del territorio, condizionando la vita pubblica e la stessa politica; alla prima pax mafiosa, dopo anni di torpore, si reagì e venne messa in discussione dallo Stato e dalla comunità gelese. Sono stati circa 15 anni di sistematica e costante iniziativa di repressione da parte delle forze dell'ordine e della Prefettura, nell'azione diretta e costante della Procura antimafia di Caltanissetta e della stessa Procura di Gela, entrambe orientare a colpire sia i reati che costituiscono il cuore degli interessi mafiosi che una serie di reati limitrofi e di supporto alla penetrazione economica e sociale nel tessuto collettivo di Gela e del territorio circostante, come quello di Niscemi, di Licata, di Riesi e del territorio del vittoriese; un ruolo decisivo nell'azione di rilancio della credibilità e dell'operatività dello Stato fu svolto dalle istituzioni locali a partire dalla svolta amministrativa di rottura e di guida nella città in un impegno inedito antimafia impresso dalla sindacatura di Rosario Crocetta e in un certo senso protrattosi anche nelle successive esperienze; un altro ruolo, non meno importante, è stato giocato dall'associazionismo anti racket con alla guida il presidente Renzo Caponetti e da altri imprenditori coraggiosi che hanno raccolto la testimonianza dell'imprenditore Gaetano Giordano, barbaramente ucciso dalla mafia il 10 novembre 1992, e seguito la strada esemplare di un altro imprenditore che ha rotto il muro dell'omertà, Antonino Miceli, che denunciò e fu costretto ad essere allontanato in località protetta, e dal compianto Emanuele Goldini, giovane imprenditore, instancabile animatore del volontariato gelese e amministratore coraggioso ed innovativo. Tali esempi hanno saputo motivare la cittadinanza, insieme al sindaco, alle forze dell'ordine, all'associazionismo anti racket e guidare decine di imprenditori rimasti in loco che hanno denunciato spesso soprusi e contribuito alle condanne di pericolosi ed intoccabili boss mafiosi di Cosa nostra e della Stidda; stesso ruolo importante e fondamentale è stato svolto dalle organizzazioni sindacali, dal mondo del volontariato, dell'associazionismo laico e religioso, con un'attività educativa di prevenzione antimafia senza precedenti che ha diffuso il valore della denuncia e della partecipazione contro l'omertà e la rassegnazione alla cultura e sopraffazione mafiosa; è chiaro ormai che l'attuale e nuova pax mafiosa si regge su una strategia mafiosa di collaborazione sempre tra gli esponenti e gli interessi di Cosa nostra, in cui riprende quota il clan dei fratelli Rinzivillo che, seppur colpito ripetutamente, con diversi arresti, per ultimo quello dell'abile capo mandamento Alessandro Barberi, mantiene una sua forza rispetto all'altro clan degli Emmanuello (tra le cui file si registra la presenza dei boss a fine pena come Vincenzo Maurizio Trubia, di Giuseppe Piscopo, dei fratelli Pellegrino, uno dei quali, Gianluca, è stato di recente incarcerato mentre l'altro si trova agli arresti domiciliari), entrambi legati allo storico clan dei Madonia, anche attraverso una fitta rete parentale, e quelli della Stidda, che sembrano oggi di nuovo guidati da alcuni personaggi da poco scarcerati, tra cui Emanuele Palazzo, già reggente del clan fino a qualche anno fa, Alessandro Antonuccio ed alcuni esponenti della nota famiglia Di Giacomo, mettendo da parte contrasti e violenze, e mettendo in piedi la "strategia del compromesso" più silenziosa e più conveniente per lo stesso agire mafioso; di recente si registra un altro fatto inedito nel già devastante e complesso panorama mafioso del territorio, con l'emergere di Giuseppe Alferi, promotore e capo di un'associazione di tipo mafioso, denominata gruppo Alferi, che si propone come una sorta di vera e propria "terza mafia". Sembra che tale associazione criminale armata sia nata fin dai primi anni '90 col progetto di commettere una serie indiscriminata di delitti contro il patrimonio, proponendosi nel territorio come una sorta di "agenzia di servizio" messa a disposizione di Cosa nostra e della Stidda, ma mantenendo nel tempo sempre una sua autonomia organizzativa e decisionale. Tale associazione è definibile come mafiosa in quanto i suoi appartenenti si avvalgono della nota forza intimidatrice del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà per commettere delitti di ogni genere e, principalmente, estorsioni, furti, danneggiamenti col fuoco, usura, occupazione abusiva di immobili ed altri ancora; del gruppo Alferi, secondo quanto risulta, facevano parte: Nunzio Alferi, Carmelo Sebastiano, Sebastiano Massimo e Gaetano Davide Alferi, Maria, Vincenzo e Salvatore Azzarelli, Giuseppe Biundo, Vincenzo Burgio, Gisueppe Caci, Rosario Consiglio, Francesco e Giovanni D'amico, Francesco Giovane, Rosario Moscato, Luigi Nardo, Giuseppe Palmieri, Angelo e Orazio Pirone, Fabio Russello, Paolo Vitellaro ed altri sodali. Il clan è dedito anche alla commissione di estorsioni, alla gestione di un giro di usura, all'imposizione del prezzo della frutta, all'imposizione della raccolta di materiali ferrosi; tutte attività illecite poste in essere da "squadre" (che operano in nome e per conto di Giuseppe Alferi) di sodali che si sono resi responsabili di furti in abitazione e poderi di campagna, alla ricerca di ferro, rame, alluminio e altro materiale; senza disdegnare furti di autovetture, di furgoni, di mezzi d'opera con la loro restituzione ai proprietari utilizzando il metodo del "cavallo di ritorno" (ovvero chiedendo cioè un somma di denaro per la restituzione del maltolto, evidentemente a titolo di estorsione) e portando avanti estorsioni, raccolta del ferro presso officine (con un sistema impositivo tipicamente mafioso), imposizione del prezzo e della vendita di angurie, attività usuraria di ogni genere. Dalle stesse dichiarazioni dei collaboratori di giustizia si apprende che Giuseppe Alferi dispone di un gruppo di persone costituito da parenti ed amici dei quali usufruisce per la realizzazione di qualsiasi tipo di reato dal furto al danneggiamento alle estorsioni tanto da essere nel passato mal sopportato sia da Cosa nostra che dalla Stidda. Un altro collaboratore di giustizia riferisce che era opinione comune che Alferi appartenesse alla famiglia mafiosa degli Emanuello poiché uno dei suoi fratelli era stato ucciso dagli stiddari durante la guerra di mafia. Tanto era diventato una persona intollerabile ed incontrollabile, che Salvatore Cavaleri, ritenuto braccio destro del boss Emanuello, riferisce di aver avuto da parte di Francesco Vella, esponente di spicco del clan Emanuello, l'incarico di incendiare il negozio della convivente di Alferi proprio per mandargli un segnale; si evidenzia così la particolarità della figura di Giuseppe Alferi all'interno del crimine mafioso gelese, non potendolo inserire né nel braccio armato di Cosa nostra né in quello della Stidda. Il gruppo a lui facente capo sembra infatti essersi accreditato quale soggetto che agisce in modo completamente autonomo rispetto sia a Cosa nostra che alla Stidda, in quanto non rispettoso delle regole, ma del quale, all'occorrenza, si poteva fare uso proprio per la manovalanza criminale spicciola che era in grado di assicurare. Per ricostruire le dinamiche del gruppo non si può prescindere dalla collaborazione con la giustizia di uno dei sodali del gruppo Alferi, Emanuele Cascino. Cascino ha avviato un percorso collaborativo significativo, dal quale si ricavano importanti elementi a sostegno della tesi che il gruppo mafioso di Giuseppe Alferi spadroneggia ancor oggi nel territorio gelese. Il motivo che ha determinato l'abbandono di Cascino delle fila del sodalizio mafioso degli Alferi deve individuarsi negli attentati alla sua vita, l'ultimo dei quali, il più grave, del giugno 2010, attuati dai sodali di Giuseppe Alferi per punirlo, ritenendolo non più affidabile e presunto confidente di Polizia; negli ultimi anni, il clan Alferi, invece di diventare elemento di tensione rispetto a Cosa nostra e alla Stidda, diventa via via soggetto di integrazione fornendo manovalanza e servizi necessari alle altre due più blasonate organizzazioni mafiose sino ad inserirsi come una vera e propria "terza mafia" nel contesto della pax mafiosa che vige tuttora, si chiede di sapere: quali azioni il Ministro in indirizzo intenda intraprendere per sostenere, con adeguati mezzi e uomini, l'azione delle forze dell'ordine e della magistratura, al fine di stroncare questa pax mafiosa ed impedire l'assoggettamento e il controllo mafioso del territorio; quali azioni di promozione di legalità e sviluppo intenda sostenere sul territorio per dare fiducia agli imprenditori e ai cittadini al fine di evitare che l'attuale fase di crisi e di transizione del sistema economico dell'Eni crei un vuoto che rischia di essere colmato da attività economiche promosse dalla mafia e che solo fittiziamente creano una parvenza di lavoro e benessere.