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UNA FINESTRA DI 5 ANNI di Angelo Ivan Leone


“Ora immaginiamoci quanto accadde un tempo…”
Così Shakespeare faceva parlare il suo Enrico V. Allo stesso modo del celeberrimo personaggio shakespeariano, noi abbiamo innanzitutto bisogno di far immaginare quanto meglio è possibile quello che era l’Italia nel quinquennio 1943/’48.
All’inizio dell’età da noi presa in esame, l’Italia era un Paese profondamente devastato non solo dal punto di vista economico, sociale e politico, ma anche e soprattutto dal punto di vista morale. Ancora prima di giungere al fatidico 8 settembre 1943, il mondo intero assistette alla rapidissima conquista, ad opera degli anglo-americani guidati da Patton e Montgomery, della Sicilia.
In quell’occasione, l’esercito italiano diede una prova vergognosa di intrinseca debolezza. Più di un commentatore, infatti, ritiene che, durante l’invasione dell’isola da parte degli Alleati, si assistette ad un vero e proprio sciopero militare da parte del nostro esercito. Questo sciopero militare era conseguenza diretta del generale scoramento che la popolazione provava verso il regime, ora che ne avvertiva chiaramente i sintomi preagonici. Lo sbarco degli alleati in Sicilia portò anche l’arrivo di numerosi “paisà” dal passato non proprio immacolato, uno su tutti Lucky Luciano.
Questi “uomini d’onore” erano gli ultimi discendenti in ordine cronologico di quei siciliani emigrati in America che avevano riprodotto nei ghetti, alla Little Italy per intenderci, le medesime forme di organizzazione dell’Onorata Società siciliana,  i vari Gambino, Lucchese, Bonanno, Colombo e Genovese, le cinque grandi famiglie di New York. In questi anni, molti appartenenti alle cosche e alle “famiglie” italo-americane tornarono nel Bel Paese a svolgervi un’ambigua funzione pseudo-politica, a parte ovviamente quella di comuni malfattori che esercitavano da sempre.
E mentre l’Italia continentale precipitava nel burrone dell’ignominia, con il tardivo e maldestro tentativo di disarcionare Mussolini da parte dei gerarchi fascisti il 25 luglio e l’abominevole fuga quasi certamente pattuita con i tedeschi da parte del re Vittorio Emanuele III e di Badoglio all’indomani dell’8 settembre, che lasciarono il Paese letteralmente in brache di tela, in Sicilia, la mafia riorganizzava se stessa. Uscita dal ventennale frigorifero a cui l’aveva costretta la presunta repressione fascista, essa cercò di creare un potere frontalmente contrapposto allo Stato. Disegno questo ben visibile durante quasi tutto il periodo da noi analizzato, nel quale la mafia sposò l’ideologia separatista, prima di convertirsi a quella democristiana, che le permetteva comunque di avere ampie garanzie di manovra e responsabilità di potere.
Frutto dell’ideologia separatista e forse suo massimo esponente fu il bandito Salvatore Giuliano, auto-proclamatosi, nel luglio del 1945, Colonnello dell’EVIS, Esercito Volontari per l’Indipendenza Siciliana, che aveva il suo massimo esponente politico nel “gattopardo” Andrea Finocchiaro Aprile.
L’orrenda strage di Portella della Ginestra, in cui perirono 11 persone, tutti contadini e braccianti che festeggiavano il Primo maggio, tra cui anche delle bambine, fu il simbolo insanguinato di quello che la mafia sarebbe diventata nei decenni che seguirono: una forma di controllo, in tutto il meridione e in particolar modo in Sicilia, da parte dello stato democristiano, posta a barriera contro il pericolo social-comunista.
È ovvio che questa funzione venne agevolata dai numerosi mafiosi italo-americani sbarcati in Sicilia all’indomani della Liberazione o in contemporanea con essa. La responsabilità maggiore, tuttavia, pesava e pesa sulla dirigenza politica italiana, mediocre e squalificata come al solito, in questo caso e non solo in questo, pronta a passare sulla testa dei lavoratori e dei contadini che rivendicavano delle terre e delle condizioni di vita meno bestiali. Il nostro quinquennio si chiude, non a caso, con l’uccisione, il 10 marzo 1948, del sindacalista della Cgil, altra bestia nera dei democristiani e dei mafiosi, Placido Rizzotto, omicidio mafioso e politico al tempo stesso che aveva come mandante Michele Navarra e come esecutori materiali Vincenzo Collura, Pasquale Crescione e, proprio come direbbero gli americani, “last but not least”, Luciano Liggio, sotto il quale covarono, crebbero e imperarono Totò Riina e Bernardo Provenzano.
Tout se tient, direbbero in Francia. Noi ne faremmo volentieri a meno, anche perché il quinquennio 1943/’48 ha rappresentato un’enorme possibilità di libertà data al popolo italiano, innanzitutto, che la sua pavida classe politica e lo stesso popolo non sembrarono meritare.

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